Suzuki Swift

Il nuovo viene dal Sol Levante. Dopo averci osservato, scrutato con le loro macchinette fotografiche, ascoltato con i loro microfoni (ebbene si...), hanno carpito il meglio dei nostri dettami estetici e progettuali, gli hanno sviluppati e gli hanno fatti loro.
Oggi, mentre le case europee sembrano uniformarsi, esteticamente e tecnicamente, e le differenze tra le varie scuole di pensiero diventano sempre più flebili, dal Giappone arrivano idee che ci appaiono nuove ed inedite. Così, nel 2004, in quest'orgia spersonalizzata di monovolume, è stata presentata una compatta, lunga poco più di tre metri e mezzo, con un volume anteriore corto, si, ma ben definito e non raccordato col padiglione. E' la nuova Suzuki Swift
Nel Vecchio Continente, la Casa giapponese ha saputo imporsi, automobilisticamente, con le sue piccole fuoristrada, ma ha sempre arrancato con vetture tradizionali (Wagon R, esclusa). L'unica a guadagnarsi il suo cantuccio, e la sua agguerrita schiera d'appassionati in tutta Europa, è stata la prima Swift: piccola e nervosa vetturetta dalle spiccate velleità sportive.

Nel segno della Swift, Suzuki presenta il nuovo modello: originale e aggressivo, come vorrebbe la tradizione.

La linea è personale e caratterizzata, appunto, dal parabrezza non raccordato col cofano motore. Il profilo è, altresì, tozzo e poco slanciato, ma appare come un risultato voluto e indispensabile per conferire una propria, forte, identità al modello. Distintive sono la notevole larghezza e le rifiniture nere dei montanti, atte ad alleggerire il padiglione e a creare continuità tra il cristallo del parabrezza e le luci laterali.
La plancia, e l'interno in generale, sono caratterizzati allo stesso modo. Il cruscotto, in colore antracite scuro, presenta finiture in alluminio satinato ed ha un design volto alla sportività, con la strumentazione dall'illuminazione ambra e raccolta in un capolino davanti al pilota. I sedili, profilati, sono rivestiti in tessuto scuro e, quelli anteriori, alloggiano gli air-bag laterali.
Tre i motori disponibili, tutti EURO 4 e decisamente prestazionali. Due le unità a benzina: 1.3 da 67 kW/91 cv e 1.5 da 75 kW/102 cv. Il diesel è il 1.3 common-rail di derivazione Fiat, con 51 kW/70 cv. Tre i cambi disponibili: due a cinque rapporti, manuale e sequenziale, e un automatico.

Se, tecnicamente, il risultato è quasi ineccepibile e da un punto di vista estetico, l'operazione di creare un'alternativa alle utilitarie nostrane appare riuscita; guardando le finiture, i particolari non convincono a pieno. La zona di giunzione tra le parti di carrozzeria verniciate in nero e quelle in tinta è costellata di imperfezioni e tra i due colori c'è un dislivello notevole, dovuto al diverso numero di strati applicati tra il nero lucido e il colore della carrozzeria.
Le perplessità continuano esaminando i materiali dell'abitacolo. I tessuti non si prestano a critiche, ma la finitura superficiale dei materiali della plancia, con la parte superiore rigida e traslucida che, in determinate condizioni, crea riflessi sul parabrezza, non giova alle ambizioni dell'utilitaria giapponese. Lo stesso discorso è applicabile alla qualità delle plastiche dei rivestimenti "secondari", come quelle che ricoprono la parte bassa dei montanti centrali e i pannelli delle porte, poco consistenti, troppo.

C'è da augurarsi che, con la produzione a regime, le pecche di gioventù possano essere appianate: la voglia di guadagnarsi spazio nel nostro mercato c'è e, in fondo, anche le qualità ci sono tutte.

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