"giro di vite" dalla Corte Costituzionale

Da un comunicato ANSA di ieri, 24 gennaio: "(...)L’ articolo secondo il quale venivano decurtati punti dalla patente, anche quando non e’ possibile identificare il conducente era l’ unico sul quale anche io avevo forti dubbi". Sono parole del Ministro Lunardi, relative alla sentenza della Corte Costituzionale (la 27), che ha dichiarato l’illegittimità del comma secondo dell’articolo 126bis del Codice della Strada: "in caso di mancata identificazione del trasgressore, i punti devono esser tolti al proprietario del veicolo, salvo che questi non comunichi, entro 30 giorni, il nome e la patente di chi guidava in quel momento l’auto".
La sentenza della Consulta, trova fondamento nell’incostituzionalità del principio, alla base della normativa in oggetto, secondo il quale la "deterrenza" si fonderebbe sulla "delazione".

Disquisizioni legali a parte, vediamo, in pratica, che cosa cambia.
Fino ad oggi, in caso di violazione ad un articolo del C.d.S che non preveda la contestazione immediata (caso tipico: superamento dei limiti di velocità rilevato tramite autovelox), era prassi ricevere per posta copia del verbale di contravvenzione con allegato un modulo per segnalare, nel caso in cui il conducente dell’auto non fosse il proprietario, chi guidava la vettura al momento dell’infrazione. Se questi comunicava di non ricordare chi fosse alla guida dell’auto, si vedeva decurtare automaticamente i punti. Anche se, effettivamente, proprietario e trasgressore non erano la stessa persona.
Questo prima che la Suprema Corte si pronunciasse in merito, spinta da numerosi ricorsi dei Giudici di Pace.
In seguito alla sentenza della Consulta, nel caso in cui il proprietario del veicolo dichiari di non ricordare chi fosse il trasgressore, questi dovrà pagare, oltre all’importo della multa, una sanzione pecuniaria ulteriore e non si vedrà decurtare alcun punto.
Le sanzioni non sono leggere, è vero - si parte da un minimo di 343,35 Euro, fino al tetto di 1376,55 Euro - ma si può riconoscere che è stato fatto ordine in una norma che, come detto, fondava il principio di deterrenza sulla delazione: "se non mi dici chi è stato il trasgressore, i punti li tolgo a te anche se non sei stato tu".

Com’era strutturata precedentemente, di fatto, si inducevano gli automobilisti timorosi di vedere assottigliarsi il proprio portafoglio "punti", a dichiarare che alla guida del veicolo che commetteva l’infrazione, ci fossero patentati che in realtà non guidavano più da anni o che erano accondiscendenti. Al limite, si giungeva ai casi in cui il nipote dichiarava che a guidare la propria moto a 180 orari ci fosse la nonna settantenne o, addirittura, c’era la possibilità che si formasse un mercato nero in cui soggetti poco onesti, "vendevano" i propri punti per salvaguardare qualche guidatore eccessivamente "allegro".

Comunque, anche senza scomodare situazioni estreme, non era accettabile che in caso di veicolo intestato a persona fisica fosse il proprietario a pagare le conseguenze di un infrazione (in termini di punti), se non dichiarava le generalità di un trasgressore; mentre se l’auto era intestata ad una persona giuridica (un’azienda), in assenza della comunicazione del trasgressore, la decurtazione dei punti non avveniva a nessuno (logicamente) e c’era solo la sanzione pecuniaria a carico della società.
In altre parole, prima della sentenza della Suprema Corte, il Brambilla della situazione, perché lavoratore dipendente e impossibilitato ad avere l’auto aziendale, se non indicava un colpevole subiva una decurtazione; mentre un imprenditore qualsiasi, con l’auto intestata alla propria società, aveva di fatto la possibilità di salvarsi la patente anche senza effettuare alcuna "delazione" (facendo pagare alla società la sanzione accessoria).
È chiaro che, se una legge ha come contropartita situazioni al limite dell’assurdo come queste, qualcosa non quadra. E, nonostante le innumerevole prese di posizione "populistico-demagogiche" che hanno fatto da coda alla sentenza, c’era da aspettarselo (e da augurarselo) che chi ne avesse facoltà provvedesse a dare un giro di vite ad una norma che di fatto non era "uguale per tutti".

Legalmente, secondo quanto precisa l’Avvocato Brienza, citato dall’ANSA, "tutti i provvedimenti emanati sulla base di tale norma, i cui effetti non si siano ancora esauriti, sono da ritenersi illegittimi", ovvero la sentenza ha effetto retroattivo anche per i verbali già notificati, ovviamente se non sia scaduto il termine di 60 giorni dalla notifica, concesso per il ricorso: in questo caso è possibile l’impugnazione invocando, appunto, la sentenza di cui sopra.
Per tutti gli altri casi, non è possibile alcuna azione, e il tutto resta regolato dalla precedente normativa.

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