Domani i tre dirigenti saranno interrogati

La Cina smentisce categoricamente: dietro l'ipotesi di aver depositato ingenti somme di denaro sui conti esteri di tre manager di alto livello per ottenere i segreti sulle auto elettriche Renault non c'è Pechino, come riportato dai giornali i giorni scorsi. Secondo il portavoce del ministero degli esteri cinese, Hong Lei, "le accuse sono senza fondamento, ne abbiamo le prove e non possiamo accettarle. Sono accuse irresponsabili". E mentre il governo francese continua a mantenersi su posizioni moderate, l'azienda fa salire sul banco degli imputati i tre manager accusati di tradimento ed apre la fase più delicata della sua indagine interna.

LA FRANCIA SI MUOVE CON "DIPLOMAZIA"

Il presidente francese Nicolas Sarkozy è cauto. Renault, per il 15% di proprietà statale, ha detto di stare valutando possibili azioni legali, ma il dubbio che possa esserci la Cina dietro a questo spionaggio industriale riscia di incrinare le già complicate relazioni tra Stati. Due anni fa Sarkozy aveva criticato apertamente la politica di Pechino sul Tibet e solo la visita a Parigi del presidente cinese, Hu Jintao, alla fine dell'anno scorso aveva riallacciato i rapporti. Sul caso Renault, l'Eliseo non ha additato nessun paese ed il portavoce del governo, Francois Baroin, si è finora limitato a dire: "Renault, come altri, è vittima di una guerra di intelligence economica".

I TRE DIRIGENTI SUL BANCO DEGLI IMPUTATI

Il luogo è ancora da definire, ma fonti sindacali citate dalla stampa francese dicono che domani pomeriggio i tre manager di Renault sospettati di aver venduto i segreti sull'auto elettrica saranno interrogati per dei colloqui preliminari che valutano l'eventuale licenziamento. Il Codice del Lavoro francese prevede infatti che l'azienda presenti le proprie accuse e consenta ai dirigenti di difendersi. L'eventuale decisione di licenziamento dovrà infine essere presa e comunicata entro due giorni.

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