Frutto di un'idea comune di "mr. Swatch" e della Mercedes, ha cambiato la nostra mobilità

La sua storia somiglia più a una favola che a una caso industriale. Prima di tutto perché a volerla non fu una Casa automobilistica, ma un vulcanico imprenditore che fino quel momento si era occupato di orologi: Nicolas Hayek, “papà” dei mitici e coloratissimi Swatch. Hayek si convinse, verso la fine degli anni '8, che sul mercato dell'automobile mancasse una citycar personalizzabile e trendy, con i plus di un'agilità ancora sconosciuta e di una sostenibilità ambientale a prova di Greenpeace. Un'intuizione geniale, ma molto difficile da realizzare: passare da meccanismi al quarzo, casse e cinturini, all'ingegnerizzazione di un prodotto complesso come un'automobile il salto è più che triplo, è quasi mortale. Ma Mr. Hayek non è uomo che si lascia scoraggiare. Inizia una lunga fase diplomatica, di presa di contatti con le maggiori case automobilistiche per studiare la fattibilità del progetto.


Da Volkswagen a Daimler-Benz


In realtà, lo staff della SMH (proprietaria del marchio Swatch) non pone la questione in questi termini: ufficialmente, affermano, cercano l'alleanza con un Costruttore per evitare di mettersi contro i grandi gruppi industriali, che, a loro dire, si sentono minacciati dalla loro intraprendenza. Sta di fatto che nel 99 il partner viene identificato nella Volkswagen, che poi però si tira indietro perché reputa più vantaggioso sviluppare piccole auto in proprio. Nel 992 la svolta: Hayek incontra l'allora numero uno di Daimler-Benz Werner Niefer. I due hanno feeling e il 4 marzo del 994 arriva l'annucio: nasce la Micro Compact Car AG, di cui il 5% è nelle mani di Daimler e il restante 49 di SMH. Ragion d'essere della nuova joint venture: tradurre in realtà un nuovo concetto di mobilità. Un accordo trovato in tempi relativamente rapidi, ma non a caso: a Stoccarda stavano lavorando già da tempo, nel centro di ricerca in California, a una piccola vettura elettrica. Un progetto che entusisma Hayek, al quale egli ritiene di poter dare un contributo importante dal punto di vista della creatività e della razionalizzazione dei costi di produzione, sulla scia di quanto messo in pratica con i propri orologi.


Fatta la joint venture c'è da creare un marchio


Smart. Oggi lo diamo per scontato, ma questo nome ha tolto il sonno ai vertici dei due gruppi. Smart, oltre a significare intelligente, è anche acronimo di Swatch Mercedes Art. Stabiliti i ruoli dei due partner, deciso il nome, resta da pianificare la produzione: si decide di creare un nuovo stabilimento a Hambach-Saargemünd in Lorraine, Francia. A questo scopo viene dunque creata la MCC France SAS, nel cui capitale ci sono anche 25 milioni messi sul piatto da SOFIREM (Société Financière pour favoriser l'Industrialisation des Régions Minières). Nel frattempo, il team di ingegneri e designer è febbrilmente al lavoro sul progetto, che prende vita e si fa vedere per la prima volta, anche se solo in forma di prototipo, in occasione delle Olimpiadi di Atlanta del 996. Il debutto semi-ufficiale avviene invece al Salone di Parigi del 996, in autunno, quando nel mondo dell'automobile entrano ufficialmente i termini Tridion (il telaio della Smart, appunto) e i body panel (i pannelli colorati di carrozzeria in materiale plastico). Nel 998, la Micro Compact Car AG viene rilevata al % dalla Daimler-Benz, che la rinomina prima Micro Compact Car smart GmbH e, dal 22, semplicemente smart GmbH.


Una storia di numeri


Il più facile dei primati della smart fortwo lo si coglie al primo sguardo: è l'auto più corta al mondo, con i suoi 2,69 metri (relativi alla seconda e terza generazione del modello; la prima misurava, addirittura, solo 2,5 metri!). La tedesca è inoltre venduta in 33 mercati del mondo identica a sé stessa: se non è una world car questa... Così mondiale che si fregia pure di un'esposizione al MoMa di New York, unica auto di produzione a godere di tale onore. E poi c'è un record che ci interessa ed è legato più al nostro Paese che alla fortwo in sé: l'Italia è il primo mercato al mondo per la due posti tedesca, davanti a Germania, Cina, USA e UK. Record nel record, Roma è la città al mondo in cui la smart è più venduta, a testimonianza che per certi contesti urbani, se non ci fosse bisognerebbe inventarla.


Smart, i 2.5 metri di genialità


Piccola sì, insicura no. Il già citato Tridion, la rigidissima struttura che rappresenta l'anima della vettura, protegge gli occupanti in maniera sorprendente. La sicurezza passiva della citycar tedesca la possono vantare pochissime auto di dimensioni “normali”, anche se va detto che quella attiva (ovvero tenuta di strada, stabilità e frenata) non è il top, visto che il passo corto e il baricentro alto pongono problemi non indifferenti ai progettisti. Poco male: è un'auto moderna, che si può avvantaggiare dell'esistenza del controllo elettronico di stabilità (una “costola” dell'ESP, chiamata trust plus dynamic handling system), che gli ingegneri tedeschi decidono di mettere di serie su tutte le versioni, scottati dall'esperienza dell'ormai noto test dell'alce, fallito con la Mercedes Classe A nel 997. Quanto al motore, solo i tre cilindri e la posizione posteriore trasversale rimangono costanti: nel tempo cambiano la cilindrata, l'alimentazione e la potenza. Inizialmente è un tre cilindri sovralimentato di 598 cc, capace di 45, 55 e 6 CV. Il cambio? È un robotizzato a cinque marce. Nel 999, la smart ospita il diesel per automobili più piccolo al mondo: è il 799 cc da 4 CV: uno “scricciolo” che si accontenta di 3,4 litri di gasolio ogni km. La fortwo è un successo e i tedeschi raddoppiano: nel 2 è tempo di cabrio. Una tappa importante, nella storia della prima smart, è l'introduzione dell'ESP nel 23.


Smart II, 9 cm che non cambiano la sostanza


Dopo 9 anni di successi, la smart cambia completamente, rimanendo uguale a sé stessa laddove non poteva che rimanere così: estrema compattezza nelle dimensioni e agilità totale nelle strade urbane. Il primo requisito viene conservato nonostante gli irriducibili gridino praticamente allo scandalo, quando scoprono che è più lunga di 9 cm rispetto all'originale. Ben presto tutti si ricredono, perché alla prova dei fatti nulla è andato perduto in termini di facilità di parcheggio, mentre è rivoluzionata la sicurezza passiva, molto più elevata. Cambiano anche i motori, che diventano maturi grazie alla cilindrata che passa a . cc. Inoltre debutta sul mercato da lei più lontano, dal punto di vista di principio: quello americano. Nella patria dei pick-up, dei truck e dei SUV XXL, la piccola tedesca riesce comunque a crearsi un suo spazio, almeno nelle città, anche se è nel Vecchio Continente che la smart continua a essere la citycar per definizione. Lo dimostra il primato di Roma, ancora oggi la città prima al mondo per numero di fortwo vendute. Dal punto di vista tecnico, nella storia della smart II una tappa molto importante è rappresentata dal debutto della versione MHD – mild hybrid drive – con recupero di energia e start&stop; da non dimenticare inoltre la versione elettrica e la cattivissima Brabus da 2 CV. Visto però che chi si ferma è perduto, ecco la smart III

Nuova smart fortwo, la 2 posti da città è tornata

Foto di: Giuliano Daniele