Fino agli anni Novanta bastava un'occhiata al baule posteriore per sapere la versione

Quale significato si nasconde dietro a un numero? A volte qualcuno, a volte nessuno e le sigle che caratterizzano i nomi delle automobili non fanno eccezione. Osservando le numerazioni utilizzate per distinguere i vari modelli della gamma di ogni costruttore, si capisce che l'autoreferenzialità è pressoché assoluta. Audi è stata pioniera in questo, sin dal 1994, anno in cui hanno debuttato sia la A4 che la A8, sostituendo quelle che prima si chiamavano Audi 80 e Audi V8. In anni più recenti hanno fatto la stessa cosa una lunga lista di case automobilistiche: Citroen, DS, Hyundai, Infiniti, Mazda e Volvo, senza particolari distinzioni tra premium e generalisti. BMW e Mercedes, invece, per molti anni hanno fatto ancora di più, creando sigle composte che dell'automobile dicevano tutto o quasi.


Sarà capitato sicuramente, a chi era piccolo negli anni Ottanta e Novanta, di strabuzzare gli occhi leggendo la sigla di una BMW 323i o di una Mercedes 220 E-16. Negli anni del superbollo, infatti, era davvero una rarità vedere delle auto al di sopra dei due litri di cilindrata, tanto più se si trattava di berline. Le sigle, però, non mentivano e se sul baule c'era scritto così voleva dire che il sei cilindri di quella BMW era un 2.300 cc e non un banale 2 litri e per Mercedes il discorso era lo stesso. Con il passare del tempo, però, questo rigore si è perso, prima su alcuni modelli specifici e poi su tutti. Adesso una 318i è in realtà una 1.5 turbo, mentre una C 250 è una 2 litri turbo. I numeri, quindi, mentono sapendo di mentire e vengono scelti ad arte con lo scopo di distinguere al meglio le diverse versioni di una stessa gamma; il legame con la tecnica è totalmente saltato.

Nomi auto, ormai la cilindrata non c'entra più

Foto di: Alessandro Vai