Alla ricerca dei sapori locali in compagnia di Guglielmo

Tra Modena e Bologna, dove la pianura comincia a lasciare posto al terreno ondulato dei colli, c’è una “terra di mezzo” contesa nei secoli con lotte sanguinarie. Ad affrontarsi sono romani e bizantini, bizantini e longobardi, le truppe di Papato e Impero e quelle del Ducato di Modena e della Legazione apostolica di Bologna. Obiettivo la conquista delle alture strategiche, come il Montem Belli, il monte della guerra, oggi noto come Monteveglio e prima sosta del nostro viaggio. Degli antichi conflitti rimane la fortezza medievale resa gloriosa durante il dominio dei Canossa e situata alla sommità della località a 25 km da Bologna. Entriamo da quello che un tempo era il ponte levatoio, unico residuo della fortificazione insieme alla torre trecentesca che resistette nel 1527 agli assalti dell’esercito del Sacro Romano Impero condotto da Carlo V e che oggi ospita il Centro visite. Ad accoglierci un grazioso borgo costeggiato da edifici storici, quali l’Oratorio di San Rocco e la Casa di San Benedetto, adornati da giardini fioriti che fanno pensare che l’alterazione fonetica di “Montebello” sia la corretta interpretazione dell’attuale nome del paese.


L’Abbazia di Santa Maria Assunta


Percorrendo l’unica strada si arriva all’Abbazia di Santa Maria Assunta, pieve di fondazione antichissima che nel corso dei secoli ha subito modifiche sostanziali. Le più rilevanti risalgono al Medioevo, quando l’edificio assume l’odierna architettura in stile romanico ed è completata con il chiostro e il campanile eretto direttamente su una delle absidi della chiesa. Restauri e ampliamenti proseguono anche dopo la concessione di titolo abbaziale conferita da Papa Gregorio XV nel 1628. L’esito è un capolavoro impreziosito dalla facciata con luminosa bifora e dall’interno su tre livelli, con quello intermedio riservato ai fedeli e quello superiore all’altare con affreschi floreali duecenteschi e un crocifisso di pregevole fattura. Più suggestivo è il livello inferiore con la cripta a tre navate dove spiccano una fonte battesimale longobarda e le finestre in alabastro che creano effetti cromatici spettacolari. Su richiesta è possibile vistare anche il pregevole chiostro dove vivono i Fratelli d San Francesco e quello più antico (XII secolo) in gran parte diroccato.


Il Parco Regionale dell’Abbazia


Lasciamo l’antica Monteveglio per discendere a valle verso il nucleo rurale di epoca medievale di San Teodoro, sede del Parco Regionale dell’Abbazia. Istituito nel 1995 è oggi il punto di riferimento dell’educazione ambientale locale e importante centro di documentazione con la biblioteca naturalistica e il prezioso archivio di mappe e testi storici. Qui si trovano pure utili informazioni turistiche sui sentieri, alcuni dei quali accessibili a non vedenti e disabili, all’interno dell’area protetta che si estende per poco meno di 900 ettari. Un territorio piccolo, ma ricco di biodiversità grazie a un paesaggio multiforme fatto di fitti boschi, piccole valli con sorgive e aspri calanchi dove vivono lo scoiattolo e il ghiro, la volpe rossa e la donnola, il cinghiale e il capriolo. Ampia la varietà di volatili, come l’usignolo, la capinera, il cuculo, il picchio, il gheppio e l’airone cenerino. Ricca pure la flora che alterna praterie incolte, boschi di robinia e piante decorative, come rari bucaneve, gigli e orchidee. L’attività agricola, quasi esclusivamente biologica, copre quasi 400 ettari e contribuisce a raggiungere gli obiettivi di alimentazione sostenibili posti dall’adesione di Monteveglio, primo Comune in Italia, a “Città di transizione”. Un movimento fondato in Irlanda e in Inghilterra dall’ambientalista Rob Hopkins che si prefigge di preparare le comunità ad affrontare i rischi connessi al riscaldamento globale e all’ineluttabile esaurimento del petrolio. Finalità perseguita con la produzione con metodi naturali di ortaggi, erbe aromatiche, alberi da frutto e vitigni storici, come quelli delle “vigne di Daibo” narrate in alcune antiche scritture del Cinquecento. Dal quale si ricava ancora oggi un vino che non rinunciamo ad assaggiare.


La cantina di Corte d’Aibo


In pochi minuti dal moderno abitato di Monteveglio si arriva a Corte d’Aibo, azienda agrituristica immersa nel Parco e antesignana del biologico in Italia. Fondata da alcuni amici modenesi nel 1988, la cooperativa ha subito adottato, con la consulenza dell’Università di Bologna, i metodi di coltivazione che rispettano la terra, riducono l’impatto dell’agricoltura sul clima ed esaltano i gusti di cibo e vino. Una scelta che ha i sui frutti come confermano i numerosi premi vinti dalla cantina, tra i quali spicca la Medaglia d’Oro ottenuta dal Merlot 2002 biologico al Douja d’Or, prestigioso concorso enologico che si tiene ad Asti dal 1967. E come confermano le nostre pupille gustative alla degustazione del Pignoletto DOC frizzante, uva autoctona nella versione con bollicine (c’è anche il “classico” DOCG) tanto amata in Emilia per agevolare la digestione delle “pesanti” pietanze a base di maiale e burro tipiche del territorio. Struttura diversa, ma altrettanto piacevole al palato, è l’Orfeo Riserva, una miscela di uve cabernet sauvignon prodotta in tiratura limitata (2.000 bottiglie) soltanto nelle annate migliori e selezionando i grappoli di maggiore pregio. La tentazione di assaggiare le altre 13 etichette, lo spumante, la grappa e il nocino c’è, ma abbiamo davanti tanti km ricchi di curve.
Per chi non vuole rinunciare al piacere del buon bere il consiglio è di arrivare a Corte d’Aibo la sera prima e soggiornare nelle strutture in “rosso bolognese” risalenti al XVI secolo. Un opzione per potere degustare i vini senza pensieri e gustarsi le prelibatezze culinarie, magari in compagnia di qualche audace cerbiatto che non di rado si avvicina ai tavoli all’aperto in ricerca di golosità. Tra le quali vi segnaliamo i tortelloni ripieni di patata e mortadella condite con aceto balsamico “bio” e pistacchi, il timballo di farro con zucchine, menta e provola affumicata e il carciofo “vestito” di vitello e pancetta e cotto al forno. Senza dimenticare la torta tipo Barozzi a base di arachidi, mandorle, cioccolato e caffè.


In viaggio sulle colline


Lasciamo Corte d’Aibo con un po’ di rammarico e ci avviamo verso Sasso Marconi. A divederci un percorso collinare di 45 km, ricco di curve e tornati, con paesaggi incantevoli che inducono ad procedere con lentezza. In un attimo siamo a Savigno, paese noto per il tartufo bianco e la Sagra nazionale dedicata al famoso tubero che si tiene a novembre, poi la strada inizia a salire. La Volt si arrampica bene con l’ausilio del motore a benzina, mentre in discesa con i km percorsi aumenta la carica delle batterie grazie al sistema di rigenerazione. Dopo una mezz’ora abbondante siamo sulla Porrettana, la statale che collega Pistoia a Bologna attraverso il Passo della Collina dove, si narra, passò Annibale con i suoi famigerati elefanti per recarsi alla battaglia del Lago Trasimeno. In breve siamo a Pian di Misano, frazione di Marzabotto celebre per la presenza di una delle aree archeologiche etrusche italiana di maggior rilievo. Oltre al Museo Nazionale che conserva vasi, bronzi, corredi funebri e altri reperti di pregio, il sito comprende gli scavi di una città etrusca del VI secolo a.C. che si estende all’interno di un bel parco per 18 ettari. Un insediamento urbano ortogonale che conserva ampie strade, i basamenti di abitazioni, un’acropoli con tre templi e due altari sacri e le rovine di due necropoli. Se non fosse per il tempo inclemente, la sosta sarebbe assicurata. Ma proseguiamo fino alla parrocchiale di Marzabotto per visitare Sacrario ai Caduti, monumento dove riposano alcune delle 1830 vittime della strage nazista del 29 settembre 1944 che non può che farci riflettere sugli orrori della guerra.


Alla corte dei fratelli Mazzucchelli


Per pranzo ci fermiamo in quello che è ritenuto tra i cinque migliori locali dell’Emilia Romagna e tra i 100 più prelibati d’Italia. Una nomea rafforzata dai giudizi positivi espressi da diverse guide gastronomiche, come Michelin, Touring e Gambero Rosso, e confermata dalla nostra sosta. A renderlo appetibile, più che la raffinatezza del locale, è la filosofia dei giovani fratelli Mazzucchelli, la cuoca Aurora e il maitre e sommelier Massimo, che privilegia i prodotti stagionali di qualità provenienti dall’orto privato, da aziende “bio” locali o da contadini e allevatori “certificati” da Slow Food. Una scelta che consente di avere materie prime ricche dei sapori genuini senza gravare su biodiversità e ambiente. A fare il resto è l’abilità di Aurora ad armonizzare i cibi e di Massimo ad abbinare i vini, con preferenza per quelli naturali e del territorio. Il menù miscela con cura fantasia e tradizione e pietanze di carne e di pesce. Tra i piatti assaggiati sono da segnalare due antipasti e un secondo: l’oca cruda battuta al coltello con salsa al tè nero Lapsang Souchong, l’uovo salsa bacon e croccante all’orzo e la lingua di manzo Fassona Piemontese caramellata con salsa verde e zucca all’essenza di senape. Il plauso speciale, però, è per i ravioli di Parmigiano Reggiano “vacca bianca Modenese” al profumo di lavanda con crema di burro, noce moscata e mandorle e per l’audace dessert costituito da ravioli di ananas ripieni di ricotta vacina in zuppa fredda d’ananas, caviale di caffè Sidamo, uvetta e pinoli. Appropriata la scelta enologica costituita da una bottiglia di Sottobosco 2009 senza solfiti aggiunti della cantina Ca’ De Noci realizzata con una miscela di vitigni, tra i quali lambrusco e grasparossa.


In casa di Guiglielmo Marconi


Proseguiamo per pochi km sulla Porrettana in direzione di Bologna e siamo Pontecchio. Impossibile non notare l’imponente giardino con al centro il Mausoleo Marconi, il monumento progettato da Marcello Piacentini che dal 1941 ospita le spoglie di Guglielmo e della seconda moglie Cristina Bezzi Scali e aperto ai visitatori solo il 25 aprile, giorno della nascita dell’inventore italiano. Per apprendere le storia che portò il futuro Nobel bolognese a effettuare la prima trasmissione di telegrafia senza fili si deve salire alla sovrastante Villa Griffone. Un edificio del Seicento acquistato dal facoltoso padre di Guglielmo, Giuseppe, nel 1849. Distrutto dai bombardamenti durante la Seconda Guerra mondiale in quanto presidio tedesco, oggi è la sede della Fondazione e del Museo intitolati all’inventore. Dove è d’obbligo una visita (la prenotazione è obbligatoria) per rivivere le avventure del giovane Guglielmo nelle stanze dove legge i libri della biblioteca di palazzo e gli articoli de “L’Elettricità”, rivista specializzata al quale è abbonato. O nel laboratorio dove si diletta nel tentativo di realizzare una pila elettrica e nel quale costruisce apparecchiature insolite per i propri esperimenti con le onde elettromagnetiche che avrebbero rivoluzionato il mondo delle radiocomunicazioni. Strumenti visibili nella “stanza dei bachi” grazie al minuzioso lavoro di Maurizio Bigazzi che ha realizzato repliche identiche nell’aspetto e nel funzionamento dell’epoca. Ad aiutare ad immergersi nelle emozioni di quei momenti storici è pure un simpatico cortometraggio, in rigoroso dialetto bolognese, che narra le ore decisive dell’8 dicembre 1895, il giorno del primo segnale radio inviato a 2 km di distanza oltre la collina dei Celestini, visibile dalla finestra della Villa. Atre attrattive dell’esposizione sono i documenti rari, come le pagelle e le note spese al padre finanziatore, e il “cervo volante”, l’aquilone utilizzato per innalzare l’antenna per la prima trasmissione transoceanica da Poldhu, in Cornovaglia, e San Giovanni di Terranova, in Canada. Da visitare pure il giardino dove, tra l’altro, si possono ammirare un’imponente statua in bronzo dell’inventore realizzata da Antonio Berti, la riproduzione dell’antenna utilizzata da Marconi per il celebre esperimento del 1895 e un monumento ricavato con una parte dello scafo del panfilo Elettra, laboratorio viaggiante del primo Nobel italiano per la fisica (1909).


La cena al Pappagallo


Giungiamo a Bologna e inseriamo la modalità elettrica della Volt che ci permette di circolare nella zona a traffico limitato. E’ ora di cena e andiamo alla ricerca di un ristorante. In città non c’è che l’imbarazzo della scelta considerata la profonda cultura culinaria della popolazione e la tradizione per la pasta fresca fatta con il solo ausilio dell’inseparabile matterello. Una consuetudine che è la disperazione dei rappresentanti di pasta industriale, ma la fortuna di molte giovani che, in attesa di trovare lavoro in questi anni di crisi, si dilettano con profitto nell’arte delle “sfogline”, magari dopo avere seguito un corso presso La Vecchia Scuola Bolognese di Alessandra Spisni. Mangiare bene, dunque, è facile. Ma dove? Le segnalazioni sono tante, le più attrattive due: la Trattoria Anna Maria in via delle Belle Arti e il ristorante Pappagallo in Piazza Mercanzia, giusto accanto alle torri degli Asinelli e Garisenda. Optiamo per il secondo, sedotti dall’idea che nel vicino Palazzo dei Mercanti sono custodite le ricette dei più famosi piatti gastronomici bolognesi e dalla storia del locale. Dal 1919 all’interno dell’attuale palazzo del Trecento, nel corso degli anni il Pappagallo ha ospitato personalità di spicco, come Re, principi, uomini politici e artisti e attori di fama internazionale come testimoniano le innumerevoli fotografie autografate appese lungo il perimetro delle due salette. Incantevoli gli altissimi soffitti a volta dal quale pendono maestosi lampadari a goccia in cristallo che supportano nell’illuminazione i piccoli abat-jour sui tavoli e che esaltano l’eleganza degli arredi. Completata da oggetti e quadri d’epoca, dalle posate in argento, dal pappagallo che troneggia al centro del locale e da quelli raffigurati sulle finestre.
La cena comincia con un bocconcino di prosciutto d’anatra con burro e insalata da assaporare con la crescenta, la focaccia locale, fatta in casa e il gusto delicato del Pignoletto delle cantine Vallana. Per i primi le scelte si dirigono verso piatti tradizionali, come i tortellini in brodo e le tagliatelle alla bolognese che non deludono le aspettative, e su una ricetta creativa, gli gnocchi di patate cucinate in acqua satura di sale e condite con crema di asparagi, pancetta affumicata nell’aceto balsamico e miglio soffiato. L’inventiva del giovane cuoco è presente pure nel maiale cotto a bassa temperatura condito con un sugo di carne, asparagi crudi e gocce di barbabietola ottimamente accompagnato da un Sangiovese Riserva della tenuta di San Patrignano.


A riposo all’Hotel Commercianti


È l’ora di coricarsi. Una piacevole passeggiata per il centro storico ci porta all’Hotel Commercianti, elegante struttura della Art Hotel ubicata proprio accanto a San Petronio. Una posizione perfetta per iniziare la visita in città, magari in sella alle biciclette gratuite dell’albergo, o per ammirare la basilica da una postazione privilegiata. E se si è fortunati, per avvistare il falco pellegrino che da alcuni anni ha scelto come propria dimora il campanile antistante. Certo è, invece, il fascino di dormire all’interno di edificio del XVII secolo ricco di charme e di storia e di disporre di servizi di qualità, compreso l’indispensabile garage per la ricarica della Volt, che sono valsi il premio “Stanze Italiane” del Touring Club Italiano. Le stanze sono 35, tutte arredate con mobilia d’epoca, curate nei dettagli e con i comfort che ti aspetti, dal frigo bar al wi-fi per la connessione a internet. In alcune c’è pure il plus di affreschi e stucchi storici, delle travi a vista e del balcone affacciato sulle vetrate gotiche della basilica.

Fotogallery: Viaggi - I colli bolognesi e Marconi