Dal “miracolo della pioggia” alla città del futuro

Iniziare la giornata guidando nella centrale Piazza Maggiore di Bologna è piacevole, pur con la remora di essere in auto in un’area riservata ai pedoni. A consolarci è la consapevolezza di arrecare un disturbo minimo grazie all’assenza di emissioni inquinanti e acustiche. Usciamo in silenzio dalla ZTL e ci avviamo verso uno dei simboli della città, il primo che i viaggiatori avvistano da lontano arrivando nel capoluogo. E’ il Santuario della Beata Vergine di San Luca sul Colle della Guardia, un edificio ricco di storia e di leggenda.


Il portico “diabolico”


Il fascino del Santuario comincia ancora prima di raggiungerlo da Porta Saragozza, dove ha origine il portico del XVII secolo che conduce in cima al colle. Un percorso di 3.796 metri che innalza a oltre 40 km l’estensione del passeggio coperto di Bologna, conosciuta anche come città dei portici. L’itinerario inizia con un lungo tratto in pianura che si inerpica a partire dall’Arco del Meloncello, uno dei rari esempi di stile barocco della città. Considerato il più lungo al mondo, il portico di San Luca ha 15 cappelle e 666 archi, il numero diabolico dell’Apocalisse. Demoniaca è pure la sua ascesa a “serpente”, il rettile che rappresenta Lucifero, resa innocua dall’influsso amorevole della Madonna che protegge dall’alto la città, salvandola da inondazioni, siccità, incendi, invasioni e carestie.


Il “miracolo della pioggia”


I racconti mitologici proseguono arrivando al Santuario, che nella sua attuale forma ovale risale al 1765, anno nel quale terminarono i lavori di ricostruzione iniziati 42 anni prima sotto la guida di Carlo Francesco Dotti. Per conoscere la sua storia, però, si deve tornare al XII secolo, periodo al quale convergono le numerose narrazioni della sua origine. La più citata è la leggenda di Teocle, un eremita del deserto che nel 1160 si incammina al Santuario di Santa Sofia di Costantinopoli sotto la guida di Dio. Qui riceve dai sacerdoti, o direttamente dalla Madonna, l’icona realizzata da San Luca evangelista raffigurante la Beata Vergine col Bambino sul quale è inciso il comando di condurla sul Monte della Guardia. Istruzione che il pellegrino esegue con devozione e che porta alla posa della prima pietra benedetta dal Papa nel 1194. Da allora l’opera è venerata e avvolta da altri innumerevoli racconti magici, come quello di essere tornata da sola sul Colle dopo essere stata trafugata da mercanti veneziani o di impedire repliche del volto della Vergine deformandone i tratti nei dipinti copiati. A vivere ancora nella tradizione popolare è il “miracolo della pioggia”, avvenuto il 5 luglio del 1433, giorno della prima discesa in città della Beata. A volerla è il vescovo Nicolò Alberganti che si affida all’aiuto divino per placare il diluvio che cade incessante da mesi mettendo a rischio i raccolti. Devozione ripagata quando la processione con l’immagine della Madonna varca Porta Saragozza e il cielo si rasserena.


La “Dotta” all’Archiginnasio


Colmi di leggende sacre, rientriamo in città alla ricerca di indizi sulla cultura popolare che descrive Bologna come la Dotta, la Grassa e la Rossa. La prima traccia ci porta all’Archiginnasio, prima sede dell’Università di Bologna, l’ateneo più antico del continente fondato nel 1088, non per volere di re o papi, ma come associazione di studenti. Che all’epoca erano i rettori e pagavano di tasca propria gli insegnamenti di studiosi e sapienti. Un dominio, quello studentesco, rimarcato dal MeuS, il Museo europeo degli studenti inaugurato di recente, ed evidente all’Archiginnasio. Un edificio eretto nel 1563 per volere del Cardinale Borromeo con l’intento di radunare in un’unica sede le scuole di Legisti (diritto) e Artisti ( filosofia, medicina, ecc.) sparse per la città. E contraddistinto da migliaia di stemmi e iscrizioni di studenti provenienti da tutto il mondo presenti su pareti, volte, scaloni e loggiati. Ricco di sale di interesse, quella da non perdere è il Teatro Anatomico, costruita nel 1637 dall’architetto Antonio Levanti come luogo dedito allo studio del corpo umano tramite la dissezione di cadaveri.


La “Grassa” al mercato medievale


Per indagare sull’appellativo “Grassa”, chiaro riferimento alla buona cucina, non c’è di meglio che un giro per i mercati, che in città sono molti: da “La Piazzola” in Piazza 8 Agosto che risale a 1219, a quello “delle erbe” in via Ugo Bassi che dal 1910 vende alimentari fino al più recente “Mercato della Terra” di Slow Food nel cortile della Cineteca in via Azzo Gardino. Noi scegliamo il più centrale, il mercato medievale situato nel “Quadrilatero” a due passi da San Petronio. Per arrivarci passiamo da Piazza Cavour per ammirare i portici decorati della Banca d’Italia e attraversiamo l’omonima Galleria, oggi sede di negozi di abbigliamento alla moda. Lasciata la moderna struttura, ci immergiamo nei vicoli stretti dove i banchi delle botteghe invadono la strada con le loro pregiate mercanzie e si trovano prelibatezze rare. Come quelle della Salumeria Simoni, che dal 1960 propone insaccati di qualità, tra i quali il salame rosa lavorato a mano e la mortadella Pasquini, da molti considerata una leccornia insuperabile. Poco oltre c’è lo storico locale di Paolo Atti, che dal 1880 adotta l’antica ricetta per creare gli “ombelichi di Venere”, più noti come tortellini, che secondo i buongustai sono così buoni da “ingannare i mariti”. Qui trovate anche pasta fresca (tagliatelle, ravioli, passatelli, ecc.) e dolci, dal tradizionale Certosino al Panettone artigianale. Qualche passo ancora e siamo a La Baita, riferimento per il parmigiano reggiano e per “Sua maestà il nero”, celebre formaggio dalla crosta nera. Proprio di fronte c’è il bazar che Fabrizio e Gualtiero Franceschini aprono nel 1942 per vendere tartufi, funghi, specialità regionali e primizie selezionate. La sosta d’obbligo, però, è all’Osteria del Sole di vicolo Ranocchi, aperta nel 1465 e non molto cambiata nel tempo. Dove si serve solo vino e vige il divieto per l’acqua, ma è concesso portare all’interno il cibo da degustare con un buon “rosso”.


La “Rossa” a Piazza Maggiore


Per scoprire le ragioni dell’ultimo soprannome popolare, la “Rossa”, basta passeggiare per le vie di Bologna e osservare il tono dei mattoni degli edifici o salire sulla Torre degli Asinelli e scrutare il colore delle tegole sui tetti. Noi lo facciamo da Piazza Maggiore, cuore vivo della città che aggiunge l’interpretazione più recente di “rosso”, quello politico che emerge durante le manifestazioni di piazza. Ma la derivazione originale è ben visibile nei mattoni di San Petronio o di Palazzo Comunale che, tra l’altro, ospita la “Sala Rossa”, così chiamata per il colore delle tappezzerie e attuale locale di rappresentanza del sindaco. Dal quale, con la compiacenza del personale, si può godere di una splendida vista su Piazza Nettuno e la sua celebre Fontana.


La “Verde” al Centro Natura


Se quelli citati sono i volti noti di Bologna, altri emergono durante la visita. Come l’itinerario “Verde” per locali di prodotti naturali attuabile seguendo i suggerimenti della “Guida ai negozi eco-bio” reperibile nella sede di Bologna Welcome di Palazzo dei Podestà. Un tour che effettuiamo visitando soltanto la sosta più piacevole al palato, quella al Centro Natura. Una struttura dedita al benessere e al rispetto dell’ambiente attraverso numerose attività, dalla libreria “naturale” ai trattamenti rilassanti, dai corsi per il risparmio energetico a quelli di erboristeria, naturopatia e cucina vegana e vegetariana. E per chi, come noi, vuole assaggiarle c’è un accogliente ristorante self service. Dove non esiste un menù fisso, ma ogni giorno si può scegliere tra quattro primi, altrettanti secondi, innumerevoli contorni di verdura e gustosi dolci che in comune hanno la provenienza “bio” delle materie prime. Le pietanze variano secondo le stagioni e, fatto insolito, in base ai gusti della clientela. La filosofia, come ci spiega Pina, una delle responsabili della cucina, è di fornire agli avventori informazioni sulle proprietà nutrizionali dei cibi e consigli per un corretto abbinamento, ma pure di ascoltare le loro esigenze per preparare nuove ricette più gradite e appetibili a chi ha intolleranze alimentari. Quel che più interessa, però, è che si mangia bene e si spende poco.


La altre città a Palazzo Pepoli


A rilevarci che il capoluogo emiliano nasconde altre anime è il Museo della Storia di Bologna a Palazzo Pepoli, struttura che fa parte di un percorso museale più ampio, il Genus Bononiae, che comprende altre sette esposizioni dedicate ad altrettante tematiche. Inaugurato il 28 gennaio 2012, l’MSB ripercorre l’evoluzione della città dall’epoca etrusca fino ai giorni nostri. A renderlo attrattivo è il fascino dall’edificio che lo ospita, restaurato in chiave moderna dall’architetto Mario Bellini, e l’impiego di tecniche espositive scenografiche e interattive che consentono di immergersi nel contesto narrato. Capita, quindi, di camminare su una strada etrusca o, senza essere il Messia, sulle acque dei canali sotterranei. Oppure di ascoltare i video racconti sulla città di Francesco Guccini, Umberto Eco, Loriano Macchiavelli, Romano Prodi e altri “bolognesi” o di farsi accompagnare da Apa, un simpatico etrusco reincarnatosi in un fumetto con la voce di Lucio Dalla, alla scoperta della storia di Bologna in una proiezione 3D. Un percorso avvincente che ci presenta Bologna con gli altri suoi volti, quello di “città delle torri”, che nel XIII secolo erano più di cento, di “città delle acque”, con i canali che la collegano al Po ed erano fonte di energia per gli opifici, o di “città della musica” riconosciuta dall’Unesco. Ma forse Bologna con i suoi 35 musei e le mostre disseminate in ogni locale è semplicemente la città della cultura.


La “Futura” alla Bolognina


Prima di abbandonare il centro per la nostra ultima tappa, ci uniamo ai bolognesi portando un ultimo saluto a Lucio Dalla davanti al numero 15 di via d’Azeglio, la casa del cantante destinata a trasformarsi a breve in museo. Recuperiamo la Volt e ci dirigiamo nella “sua” Bologna, quella del futuro che sta nascendo al quartiere della Bolognina dove sorge la nuova sede del Comune. Un complesso di tre edifici di alluminio e cristallo pensato dall’architetto Mario Cucinella intorno al quale sorgeranno stabili residenziali a basso consumo energetico e la stazione dei treni dell’Alta Velocità. E dove è presente una delle due colonnine di ricarica pubblica bolognesi utile per dare un’ultima carica alla Volt. Una rete destinata a crescere di altre 16 prese, delle quali tre in parcheggi di interscambio, entro la fine dell’anno per favorire la mobilità sostenibile. Un obiettivo perseguito con altri numerosi progetti, come il potenziamento del trasporto urbano “veloce” e del car sharing, l’estensione della rete di piste ciclabili e il sostegno delle giornate senz’auto, come i “T-days”. Un’iniziativa inaugurata a settembre 2011 (il 12 maggio la prossima replica) e che è valsa a Bologna un nuovo volto, quello di Capitale Europea della Mobilità Sostenibile.

Fotogallery: Viaggi - Bologna, città dai mille volti