Viaggi - Pitigliano, Sorano e Saturnia

È Il giorno di San Giuseppe e Pitigliano come ogni anno lo festeggia. In piazza Garibaldi un pupazzo fatto di canne alto più di 6 mt solleva le braccia al cielo come a dire "fate di me ciò che volete" e i torciatori di Pitigliano sanno bene cosa vogliono fargli. Questa notte il pupazzo prenderà fuoco, il suo corpo si accenderà di rosso, i suoi grandi occhi di melanzana e la sua bocca da banana che sorride illumineranno questa porzione di cielo toscano. L'Invernaccio, questo il nome del pupazzo, se ne andrà come la stagione fredda per lasciare il posto alla primavera.


Pitigliano è un borgo eretto interamente sopra un promontorio tufaceo e quando si arriva in paese il colpo d'occhio è davvero suggestivo: le case arroccate sono a strapiombo e circondate da valli e fiumi. Entrando dentro le mura che lo circondano si entra in una dimensione diversa, perché Pitigliano è uno di quei posti dove puoi levarti l'orologio e seguire il ritmo naturale del sole. Il paese è passato alla storia con il nome di "Piccola Gerusalemme" perché durante il ‘500 nel pieno periodo delle Bolle papali, quando era contea degli Orsini, ospitò numerose famiglie ebraiche, che in questa zona potevano continuare a esercitare i loro affari. Degli Orsini rimane oggi il palazzo, che è anche museo civico ed etrusco. Dentro la residenza nobile si trova un paiolo vicino al quale, narra la leggenda, Niccolò III, famoso per le sue astute tattiche belliche, andava a tirare monete. Solo se centrava il paiolo, solo allora era sicuro di vincere la battaglia.


Si continua lungo la strada delimitata da due terrazze panoramiche, una delle quali ospita una statua dedicata al villano, all'uomo e al suo somaro, a esprimere il lavoro e la fatica di chi "piange e bestemmia, invoca il perdono, mentre asciuga il sudore. . . e con la mano callosa prende gli attrezzi da lavoro".


Il centro abitato corre lungo due strade che si inseguono senza toccarsi fino all'angolo con la piccola chiesa di Santa Maria Assunta, stretta e alta come il paese. Lungo queste due strade c'è il ghetto, l'antico quartiere ebraico con le sue stradine buie e ripide incastrate tra le case, "l'antico frantoio a servizio del ghetto", "il panificio del ghetto" e la sinagoga, centro del culto religioso. Esempio di convivenza di due culture, Pitigliano ospita anche un Duomo eretto nel XVIII secolo sopra un'antica chiesa romanica.
Mentre la testa di un cinghiale con bandana, occhiali da sole e sigaretta in bocca ci strizza l'occhio da una vetrina di un macellaio, ci incamminiamo verso la prossima tappa del viaggio.


Sorano è a soli 9,5 km, anch'esso costruito su uno sperone di tufo, e anch'esso piccolo borgo medievale. È passato nei secoli sotto le mani potenti degli Aldobrandeschi, degli Orsini e dei Medici, che ne scrissero la storia. Sorano da baluardo difensivo contro guerre ed espropriazioni, è oggi un di quei paesi silenziosi, forse troppo, dove però la sua dimensione a misura d'uomo può essere un vantaggio. Nella chiesa di San Nicola il parroco chiede ai suoi parrocchiani, su un foglio appeso a un muro, cosa non va in paese, quali sono le loro impressioni, cosa suggeriscono di fare, lasciando in calce un numero di telefono. Salendo in cima al Masso Leopoldino, un possente scoglio di tufo, si vede tutta Sorano dall'alto, si vedono i muri della case attaccati l'uno accanto agli altri in un alternarsi di tetti alti e bassi, che disegnano i contorni del paese. In mezzo a quei tetti un dedalo di viuzze così strette che le macchine non riescono a passare e che difendono il paese dal mostro divoratore della modernità.


Altri 9,5 km e si arriva a Sovana. Una strada di pietra porta fin dentro il paese che, come annuncia un cartello all'entrata, fu nell'ordine: degli Aldobrandeschi, degli Orsini, dei Senesi, dei Medici. Smantellata e restaurata da Cosimo nel XVII secolo. Tutto il paese poggia su un pavimento di mattoncini rossi incastrati tra di loro, che si ha la sensazione di rovinarli a camminarci sopra. Sovana è un gioiellino in miniatura e ci tengono a far sapere che è uno dei borghi più belli d'Italia. Due stradine dalle dimensioni ridotte corrono parallele e il paese finisce lì. Ma è in fondo che Sovana nasconde il suo tesoro più prezioso: una cattedrale dei Santi Pietro e Paolo dell'XI secolo perfettamente conservata, con affreschi che affiorano dalla pietra, gli archi gotici, i capitelli delle colonne arricchiti da alto rilievi, la fonte battesimale del 1400. La sua bellezza è racchiusa tutta dentro la sua nuda e aspra pietra.


A questo punto si è fatta l'ora di pranzo e non saremo certo noi a esimerci dal procurare al nostro stomaco il giusto sollievo e a consigliare uno dei ristoranti più rinomati della zona. I Due Cippi, ospitato nella piazza centrale di Saturnia, è un luogo elegante e sobrio e la sua intenzione di non essere pretenzioso lo rende accogliente e in sintonia con la sua regione. Come primi piatti assaggiamo pappardelle al ragù bianco di cinghiale, consistenti e dal sapore deciso, e l'acqua cotta, secondo l'antica ricetta di Saturnia. Per secondo d'obbligo la fiorentina con l'osso, rigorosamente al sangue, cotta dentro il caminetto al centro della sala, cosparsa di sale grosso e adagiata sulla piastra precedentemente pulita con l'olio di oliva. Dei magnifici coltelli affilati con il manico in osso per tagliare la carne che, e non è un modo di dire, si scioglie in bocca. Salutiamo con il sapore del millefoglie alla crema e fragole che ha occupato il nostro palato e continuiamo il viaggio.


Prossima fermata le Cascate di Gorello, l'approdo di chi visita Saturnia, una meraviglia della natura. Le cascate di acqua sulfurea cadono incessantemente, ma senza essere impetuose, dentro delle piscine naturali incastrate l'una sull'altra. Nell'aria il tipico odore di zolfo che un vento gentile trasporta lontano dai nasi, le piscine di acqua bollente sono un rifugio anche invernale, e, soprattutto, un bene di tutti a cui si accede senza pagare. Spuntano solo le teste delle persone da dentro l'acqua, con i vestiti e gli accappatoi appesi alle rocce e il verde della campagna tutto intorno.
Il nostro punto di riferimento per la notte è l'hotel Villa Acquaviva, una tipica residenza di campagna di fine ‘800 circondata da ettari di giardino e di terreno coltivato a vigna. Sono 25 camere in tutto arredate con il gusto elegante della campagna, pavimento in cotto, letto a baldacchino o in ferro battuto, tappeti ovunque a riscaldare l'ambiente e mobili in legno antico. Alcune camere godono di una vista sulla campagna toscana che rimette al mondo, ulivi e cipressi fanno da cornice e sulla cima della collina si vede Montemerano. L'hotel ha anche un ristorante, La limonaia, che propone solo piatti di stagione con una particolare attenzione ai prodotti del luogo. Nei campi che circondano la tenuta viene prodotto vino Doc, come il Morellino di Scansano e il bianco di Pitigliano che Serafino, il padrone di casa, ci fa degustare nella sua cantina.
Ad accompagnare il vino bruschette con olio prodotto da lui, prosciutto e formaggio da insaporire con il miele e il mosto d'uva entrambi prodotti nella sua fattoria. La campagna è il vero amore di Serafino, perché la campagna, ci dice, è come la vita, anzi è la vita, è un continuo dare e avere, non bisogna mai stancarsi di essere generosi. La campagna e il buon vino, aggiungiamo noi, rendono saggi. La cantina dove Serafino tiene le botti per il vino vale una visita, da poco restaurata ha degli altissimi soffitti a volta, come si facevano un tempo.


Da Villa Acquaviva ci spostiamo in località Poderi di Montemerano all'Andreas, una locanda in stile locanda, le camere al piano di sopra, ognuna con il suo colore, e il ristorante sotto. I proprietari sono Andrea (da cui la rivisitazione esotica del nome della locanda) e Irene, due simpatici padroni di casa, con cui abbiamo iniziato a scherzare prima ancora di metterci a tavola. Andrea prima aveva un ristorante a via Veneto, a Roma, e scusate se è poco, ereditato dalla bisnonna. Ha venduto tutto ed è venuto in Toscana a rigenerarsi, ci ha detto, a cercare una vita più comoda, più leggera, più genuina. E noi ci siamo trovati completamente d'accordo con lui. C'è anche il cane locandiero, Athos, tanto grande quanto pacifico, sonnacchioso sotto un tavolo. Iniziamo la cena con un antipasto misto di salumi, tra cui pancetta di cinta senese e petto d'anatra, e di formaggi, come la ricotta di Manciano. Continuiamo con pici fatti in casa, e che sono fatti in casa si sente, al ragù di cinghiale (che ha cotto per sei ore), l'immancabile fiorentina con scaglie di grana e un saporito e morbido brasato di cinghiale, stracotto 2 giorni nel vino bianco. Il dolce, a completare la cena, è un tortino al cioccolato fondente dal cuore caldo fatto con farina di mandorle, accompagnato da gelato di crema.
Ad accompagnare i piatti il vino della tenuta di Acquaviva, un Bracaleta che si sposa benissimo con le portate.

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