Tra degustazioni e secoli di storia

Facciamo una sostanziosa colazione, di quelle dove si spazia dai bomboloni alla crema, torta della nonna, cornetti al cioccolato, yogurt e l’onnipresente Nutella a una selezione di formaggi e salumi, pane tostato e cereali. Intanto, all’esterno, arrivano i golfisti per una domenica di gare, si infilano gli scarpini e trascinano le loro borse cariche di ferri nel silenzio del mattino presto. Il campo da golf è da nove buche e passa tutto intorno alla struttura. La strada che porta a Novello arriva dritta fin dentro il paese. In 8 minuti e 6 km siamo là. Ad accoglierci c’è la torre medievale, a destra sulla piccola piazza la chiesa di San Michele Arcangelo, dentro gremita di gente per la messa domenicale, solo posti in piedi. I bambini hanno avuto il permesso di uscire fuori a giocare. Nella stessa piazza la scuola elementare e la confraternita di S. Giovanni, costruita nel 1750. In fondo alla strada dalla parte opposta c’è un castello, un maniero neogotico oggi adibito ad albergo e talmente ben conservato che ti aspetti che da una finestra si affacci una cortigiana da un momento all’altro.


Soli altri 4 km ed entriamo a Barolo, un nome un programma. Con 5 euro ci facciamo una visita alle cantine della antichissima casata dei Borgogno, un’azienda che dal 1761 al 1968 è passata di padre in figlio, fino all’ultimo erede. Poi è stata venduta. Nelle cantine la temperatura è quella ideale per la conservazione del vino, tenuto dentro la grandi botti di rovere che riescono a contenerne più di 5 mila litri ognuna. L’azienda oggi distribuisce 100 mila bottiglie l’anno, di cui 60 mila solo di Barolo. Le annate migliori vengono conservate e consumate un po’ per volta. Ogni 20 anni le bottiglie vengono aperte, viene levato il fondo e cambiato il tappo. Nelle profondità delle cantine si stagliano elegantissime le botti di rovere di quasi 100 anni d’età, ancora utilizzate. Da questo si intuisce quale magia riesce a creare il legno a contatto con il prezioso nettare rosso. Le bottiglie che contengono il Barolo vengono decorate dallo stemma in rilievo dei Borgogno e da etichette attaccate rigorosamente a mano. All’entrata delle cantine un cartello declama l’elogio della testardaggine: essere testardi vuol dire non abbandonare le proprie idee e loro, i viticoltori, non sentono ragioni, per il vino usano solo botti di rovere della tradizione delle Langhe. Saliamo in cima alla terrazza e ci esaltiamo davanti al panorama incredibile e con l’aiuto di un signore del posto ricostruiamo la geografia della zona circostante: Diano d’Alba, Gallo, Grinzane, Santa Vittoria, La Morra e, subito dietro la collina, Novello.


Sempre a Barolo si erge il castello Faletti, dell’omonima famiglia. Anche qui l’Enoteca Regionale e, anche qui, i vini del territorio piemontese. Dentro si conservano alcune delle etichette più famose e più vecchie. Ci spiegano che per entrare a far parte dell’Enoteca, che ha il compito di preservare e far conoscere la lunga tradizione del vino piemontese, lui, il vino, deve essere sottoposto a una degustazione alla cieca. Se raggiunge un minimo di 80 punti su 100 può essere rappresentato da loro ed entrare a far parte della schiera dei vini delle langhe. Diamo il via alla degustazione, in mano un bicchiere, nell’altra un grissino gigante. Assaggiamo un Barolo di Roddi, poco strutturato e fruttato perché proveniente da terreni sabbiosi; un Barolo di Barolo, più strutturato perché i terreni che lo ospitano sono più argillosi; infine un Barolo di Serralunga d’Alba, decisamente robusto grazie ai terreni argillosi e per questo capace di durare per 30 anni in bottiglia. Salendo su per il vicolo della Confraternita si arriva al museo del vino, all’interno dello stesso castello Faletti che può vantare come bibliotecario, dal 1789 al 1854, Silvio Pellico.


Ci spostiamo per il pranzo fin verso Monforte, località Sant’Anna, presso l’azienda agricola La Torricella (http://www.latorricella.eu/), il cui ristorante è gestito da una famiglia piemontese integrata con un rappresentante della Calabria. L’azienda è anche agriturismo e ovviamente ristorante e di domenica è colmo di famiglie e coppie venute qui a godersi la vista dall’alto. Si scorgono le cime maestrali delle Alpi e una mongolfiera che in lontananza si alza nel cielo. Ci accolgono in una graziosa veranda protetta da vetrate, vicino alla piscina. E il pranzo anche in questo caso è all’insegna della tradizione: un buon battuto di fassone, un vitel tonné e la variante di un insalata russa e di un Toma con spinaci freschi e tartufo nero. Veramente gustoso il flan di peperoni in salsa di acciughe. Ravioli al plin con salvia e rosmarino per primo, scamone al forno aromatizzato al fieno per secondo. I dolci ci lasciano incantati. Un semifreddo al torroncino con scaglie di torrone bianco, crema alla nocciola tra strati di pan di spagna anch’esso alla nocciola e piccoli Brutti ma buoni.


11 km ci separano da La Morra. Arrivati a destinazione, percorriamo una strada in salita che ripaga la fatica con l’ampia terrazza del belvedere, da dove si riescono a spiare quasi tutti i paesi delle Langhe e con la torre campanaria che la domina da un lato. La Morra è un susseguirsi di vinerie e cantine, non a caso nella piazza centrale c’è un’imponente statua dedicata a un vignaiolo. La chiesa parrocchiale di San Martino è poco più giù, un edificio barocco del 1684 abbellito con delle vetrate decorate che fanno filtrare la luce del giorno, illuminando l’interno di un particolare color ambrato. Seguendo il sentiero dietro la chiesa di arriva al camminamento per i bastioni medievali che dal basso sembrano sorreggere il paese. Ultima tappa di questi due giorni da vagabondi tra le colline delle Langhe è Cherasco, forse tra i più bei paesi visti fino a ora. Per arrivare a Cherasco percorriamo una lunga strada in discesa ammorbidita da qualche tornante. Usciamo dalle valli incastrate tra le colline e ci caliamo giù spinti da un tramonto ceruleo che fa esaltare in controluce le montagne, vere regine del cielo. Cherasco vanta 7 secoli di storia, di cultura e di arte. È famosa, tra le altre cose, per le sue mura stellate, per l’armistizio che Napoleone Bonaparte firmò nel 1796 all’interno del così detto “Palazzo della Pace”, per far parte degli undici comuni che compongono la Terra del vino Barolo e per aver partecipato alla guerra di Liberazione offrendo uomini alle formazioni partigiane. Camminando per le sue vie ci imbattiamo nel mercatino dei giocattoli d’epoca. Un gran quantità di banchi che costeggiano il corso del paese con giocattoli di ogni età. L’incanto è finito e la strada del ritorno è lunga. La passeremo a rimembrar posti e a rimirar colline, stando attenti che le bottiglie di vino che abbiamo comprato non si rompano.

Fotogallery: Viaggi - Novelli, Barolo e Cherasco