La città anticamente sommersa dal Vesuvio

"Molti giorni innanzi v'erano state, come preliminari, delle scosse di terremoto, senza però vi si facesse gran caso, perché frequenti in Campania". Questo scrisse Plinio il Giovane su Pompei, riferendosi al terremoto premonitore del 62 d.C. E poi, ecco il più, suo malgrado, celebre disastro naturale: "Una nube si formava… il cui aspetto e la cui forma nessun albero avrebbe meglio espressi di un pino", sempre Plinio descrive così l'eruzione del Vesuvio la mattina del 29 agosto del 79 d. C., quando un tappo di lava che ostruiva la sommità del Vulcano esplose, a causa della pressione dei gas sottostanti. Un'esplosione di materiali vulcanici raggiunse un'altezza di ben 20 km, ricadendo in forma di una pioggia di lapilli e depositandosi per un raggio di 70 km. Una calamità che ha permesso di ritrovare oggi intatta, dopo quasi duemila anni, questa antica città romana. Con queste premesse, il fascino che ha acquisito il luogo che stavamo raggiungendo in macchina ha raggiunto livelli altissimi. Siamo giunti nella leggendaria Pompei in serata con l'emozione nel cuore. Durante la cena, ci raccontano che l'antica città venne riscoperta nel XVI secolo, ma solo nel 1748 cominciò l'esplorazione sotto il dominio borbonico. Proseguì poi nell'Ottocento fino a oggi, con i recenti lavori di scavo e restauro. La curiosità non fa che crescere, e decidiamo di andare a letto presto per svegliarci di buon ora la mattina dopo e andare a visitare gli scavi.


Per raggiungere l'entrata principale passiamo davanti alle bancarelle di ambulanti che offrono collanine, amuleti, oggetti scaramantici, ma non facciamo i turisti, ci accontentiamo di comprare solo una guida. Leggiamo con attenzione: "La città antica ha mantenuto tracce del suo incredibile patrimonio di architetture, pitture, sculture e mosaici. L'area archeologica si estende per 66 ettari dei quali 45 scavati. L'area è stata suddivisa in quartieri e isolati nel 1858 per esigenze di studio e orientamento. La denominazione delle case, quando non ne è nota l'origine, è stata coniata dagli scavatori in base ai ritrovamenti". Prima di addentrarci, ci avviciniamo a una guida che sta spiegando a un gruppo di turisti la storia di Pompei: prima in mano agli etruschi, in battaglia con i Greci, poi ai Sanniti, fino alla dominazione romana, periodo in cui Pompei visse nello splendore del suo commercio, esportando soprattutto olio e vino. In base ai consoli e imperatori che negli anni dominarono, vennero fatte nella città nuovi templi o modifiche. Ma basta con la teoria, è ora di toccare con mano le bellezze archeologiche del posto. Iniziamo quindi, con mappa alla mano, questa incursione nel passato. Ci imbattiamo, come primo referto, nell'Anfiteatro: costruzione risalente all'80 a.C., ospitava ben 20.000 persone che godevano di sanguinosi spettacoli tra gladiatori e animali feroci. Particolare il fatto che non abbia alcun sotterraneo, e invece nella parte superiore larghi fori erano utilizzati per stendere un velo di lino scuro per proteggere dal sole. Proseguiamo il cammino e imbocchiamo la Via dell'Abbondanza, l'arteria principale della città che conduceva al Foro. Lungo la strada notiamo, tra le rovine delle mura, la Casa della Venere in Conchiglia, una pittura di origini ignote.


Poi arriviamo a quelle che furono le Terme Stabiane. Su 3500 mq erano dotate anche di un cortile destinato a palestra. Proseguiamo sulla Via dell'Abbondanza e finalmente raggiungiamo il Foro. Fulcro delle attività civili, religiose e commerciali, notiamo immediatamente lo spazio della piazza, ora ricoperto d'erba. In passato vi era un lungo colonnato in travertino che perimetrava la piazza, lasciando scoperto un lato che dava sul Tempio di Giove. Al Foro troviamo poi il Tempio di Vespasiano (in onore dell'imperatore), il Santuario dei lari pubblici (per le divinità protettrici), il Macellum (il mercato). Oltrepassiamo il Foro per addentraci nelle strette vie, disorientanti. Vediamo quindi la Casa del Fauno, che ospita una statuetta di bronzo danzante, in passato fu un ritrovo commerciale, con una serie di botteghe e negozi, il Lupanare, su Via della Fortuna, casa di piacere, così chiamato perché "lupa" in latino significa "prostituta", su due piani conteneva dieci letti in muratura coperti da materasso, il piano superiore riservato alle classi più agiate con stanze più grandi e un ingresso indipendente. Le cose da vedere sono moltissime, sarebbe da perdersi ancora tra le strette vie antiche e quel che è rimasto degli antichi splendori, ma il tempo trascorso ci riporta alla realtà: tuttavia non possiamo andarcene senza aver visto il quartiere dei Teatri, dal Tempio di Iside alla caserma dei gladiatori, scegliamo di visitare il celebre Teatro Grande; di grande impatto visivo, ha il classico impianto greco, con le scalinate su un naturale pendio e una forma a ferro di cavallo. Conteneva 5000 persone, divise da tre ordini di posti, più in alto sedeva il popolo.


Il sole picchia e quindi decidiamo di lasciare questa perla antica. Usciamo dagli scavi, camminiamo per poche centinaia di metri e ancora affascinati dalle rovine romane ci ritroviamo davanti la Pompei di oggi: una magnifica piazza con la fontana attorniata da palme, che incorniciano il rinomato Santuario dedicato alla Beata Vergine del Santo Rosario. Suggestivo aver lasciato il paganesimo romano, per immergerci nella cristianità. La sua storia è commovente, venne edificata grazie a donazioni raccolte in tutto il mondo. La costruzione iniziò l'8 maggio 1876, nel corso dei Secoli fu ampliato il Santuario, perché non riusciva più a contenere i milioni di devoti che accorrevano a venerare la Vergine. L'8 maggio e la prima domenica di ottobre, giorni della Supplica alla Madonna di Pompei, la Basilica non riesce a contenere tutti i pellegrini che giungono da tutto il mondo. Il meteo non è dei migliori e quindi godiamo della bellezza della Basilica sotto la pioggia incessante. Poi scappiamo al coperto, approfittando dell'ora di pranzo.


Ci dirigiamo con la nostra Sport Tour a Villa Julia (http://www.villajuliapompei.com), ci colpisce subito il nome: agriturismo archeologico. Ci facciamo subito servire il loro ottimo menù. Come antipasto: Capicolli "nostrani" (promettono), mozzarella Monti Lattari, Prosciutto di Parma, melanzane "nostrane"; come primi, degli ottimi e delicati ravioloni fatti a mano con ricotta di fuscella (fiore di ricotta freschissima), aromatizzati con formaggio e uovo, trofie artigianali con zucchine e funghi misti, poi della carne del posto, costata e salsicce, ma anche del tenero vitello, tutta cotta alla brace e servita su pietra ollare. Accompagnato da ottimo vino Aglianico. Come dolci, tassativamente fatti in casa, crostate di frutta e torta ricotta e pere.


Dopo una piacevole chiacchierata con Ulderico che ci presenta anche il cuoco, Giovanni, a cui facciamo le meritate congratulazioni, decidiamo di partire. Ma prima di lasciare Pompei, facciamo tappa alla Villa dei Misteri, sempre interna agli scavi, ma raggiungibile anche da strada, attraverso un'altra entrata: si tratta di un'antica casa romana, leggermente fuori dalla città, forse appartenuta a Livia, moglie dell'imperatore Augusto, deve il suo nome a dei dipinti scoperti in una camera della Villa, rimasti ancora senza significato (forse una donna iniziata a un culto, ma non si capisce quale).
Si è fatto pomeriggio inoltrato, ed è tempo di lasciare Pompei. Saliamo in macchina e ci dirigiamo verso Furore. Fortunatamente non ne siamo lontani, sono una trentina di km, ma ci accorgiamo che ci mettiamo più di un'ora per arrivarci. Le strade interne sono strette e impervie, ma la macchina ci porta senza difficoltà fuori da ogni angolo. Finalmente fuori dagli ingorghi, ci accorgiamo che siamo in uno dei posti più belli d'Italia: una lunga strada unica a tornanti scavata nella montagna, che si affaccia direttamente sul mare aperto: siamo sulla costiera amalfitana. Percorriamo con fervore la strada, provando le potenzialità di ripresa e accelerazione dell'auto, e forse per il troppo entusiasmo, non ci accorgiamo del Paese. Lo abbiamo superato? Chissà. Torniamo indietro, poi di nuovo avanti. Ci aiuta a orientarci l'Osteria "Bacco" (http://www.baccofurore.it/) dove decidiamo di cenare e passare la notte, che si trova proprio a Furore. Quindi percorrendo per la terza volta la strada, vediamo l'insegna. Ma allora siamo già a Furore! Proprio così, siamo nel "paese che non c'è", così lo chiamano qui, questo piccolo paese anomalo senza una Chiesa e una Piazza principale, ma fatto di casupole sparse sui fianchi della montagna a strapiombo sul mare, cupole e campanili sparpagliati e sentieri che seguono le pareti scoscese della montagna. L'osteria è in una posizione mozzafiato: a picco sul mare, in mezzo alle terrazze di vigneti, offre delle camere con balcone, con vista su un orizzonte d'acqua senza fine. Dopo aver salutato il proprietario, che ci accoglie con estrema gentilezza, decidiamo di andare a vedere il famoso Fiordo di Furore perché è ancora presto per cenare: reso celebre dal film di Roberto Rossellini, "L'Amore", (girato tra Maiori e Furore alla fine degli Anni Quaranta), nel secondo episodio "Il miracolo" Anna Magnani si recava all'imbrunire al Fiordo per incontrarsi con il suo innamorato. La fenditura crea oggi un piccolo porto naturale e il borgo marinaro fu abitato dallo stesso Rossellini; oggi un piccolo museo dedicato al regista e all'attrice ricorda quegli anni. Un ponte alto 30 metri sovrasta il Fiordo e ospita ogni estate il Campionato Mondiale di Tuffi. Torniamo all'Osteria, risalendo di poche centinaia di metri l'unica strada a tornanti sul mare. Entrando, notiamo meglio i dettagli del posto: in ogni parte del locale si trova un dipinto, quadretto, o statuetta raffigurante Bacco, secondo stili ed epoche diversi. Un grande tavolo al centro offre le tipicità del luogo con limoni e limoncello, poi in un angolo la vetrina delle grappe che il proprietario colleziona per passione. E' ora di metterci a tavola: iniziamo con il vino, famoso a Furore, quindi prendiamo un Furore Bianco della Costa d'Amalfi, con vitigni autoctoni, Falangina e Biancolella, coltivati nelle terrazze della costiera. Come antipasto, l'abbondante "antico fiordo", misto pesce con spada, baccalà e salmone, alici, tutto marinato, crostini, peperoncino e pomodori ripieni di tonno e gamberetti; non è finita: baccalà marinato con finocchietto selvatico, provola affumicata di Agerola con foglie di limone alla brace. La raffinatezza continua con i primi piatti: scialatielli ai frutti di mare, linguine alla colatura di alici con olive e capperi, ferrazzuoli alla nannarella con spada, rucola, pinoli, uva passa. Per secondo: filetto alla Bacco, pezzogna al limone (pesce locale), totani con patate, piatto tipico della costiera. Finiamo in bellezza: dolce fatto per la festa dell'Assunta, melanzane al cioccolato, poi, cicale di Furore (pasticcini di pasta di mandorle), accompagnati dal liquore al fico d'India, fatto da loro. Siamo pronti per coricarci in camera da letto, ogni camera ha il nome di una celebre canzone napoletana. Cullati dalle onde e dal rumore del mare, ci addormentiamo in un secondo.