Dopo tanti annunci politici, la questione dell’App californiana non è stata risolta

Uber è destinata a suscitare ancora polemiche in Italia nel 2018: l’azienda californiana del taxi "alternativo" che si prenota tramite app viene contestata dai tassisti italiani per diverse ragioni, in particolare perché le berline nere del noleggio con conducente non partono da una rimessa, ma attendono la chiamata in strada. Proprio come i taxi. Per porre rimedio al problema, si sono susseguiti in questi anni numerosi annunci politici, con un semplice obiettivo: riformare la Legge 21/1992 per il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea, e il Codice della Strada del 1993. Entrambi, infatti, non prevedono né le app né gli smartphone, Internet, il car sharing e quant’altro. Norme antiquate che lasciano spazio a varie interpretazioni, rendendo la discussione su Uber e altre forme di mobilità ancora più incandescente. Il 2017 pareva l’anno giusto, stando alle promesse di qualche esponente politico, ma non se n’è fatto nulla.


Le proteste dei tassisti


Per inquadrare il problema, occorre partire da marzo 2016: nel corso delle lunghissime trattative per raggiungere un punto di equilibrio, il ministero dei Trasporti aveva promesso di affrontare la questione senza però dimenticare il principio della concorrenza e la necessità di migliorare i servizi ai cittadini. Con proteste e scioperi, a febbraio 2017 i tassisti hanno lamentato il nuovo rinvio delle norme per aggiornare il settore del trasporto pubblico non di linea, nella speranza di veder arginare la concorrenza da parte dei conducenti non autorizzati (gli abusivi o quelli affiliati a società come Uber) o degli NCC (Noleggio Con Conducente). Le manifestazioni erano cominciate dopo la decisione di inserire nel decreto Milleproroghe un emendamento che rinviava la data per riformare il settore. Dopodiché, altre promesse e altri annunci, senza risultati concreti.


La pressione dell’Antitrust


A poco sono valsi i solleciti dell’Antitrust a Governo e Parlamento: già nel 2015 diceva che "occorre disciplinare al più presto l’attività di trasporto urbano svolta da autisti non professionisti attraverso le piattaforme digitali per smartphone e tablet. Si parla di Uber e delle app che consentono di accedere a questo servizio, in aggiunta o in alternativa ai taxi e alle auto Ncc (noleggio con conducente)". In risposta a un quesito posto dal ministero dell’Interno su richiesta del Consiglio di Stato, l’Authority auspicava che "il legislatore intervenga con la massima sollecitudine al fine di regolamentare, nel modo meno invasivo possibile, queste nuove forme di trasporto non di linea, in modo da consentire un ampliamento delle modalità di offerta del servizio a vantaggio del consumatore". A distanza di due anni, niente si è mosso.


UberPOP, capitolo a parte


Ci si riferisce a UberBlack, le berline nere degli autisti professionisti con licenza (Noleggio Con Conducente): è su questo servizio che si giocherà la partita nel 2018. Invece, in Italia come in numerosi altri Paesi, UberPOP, il servizio effettuato da privati che si improvvisano tassisti con le loro auto, senza una licenza specifica, è già stato bocciato e bloccato dai giudici. Tant’è vero che, come ha ricordato la Corte di giustizia europea il 21 dicembre scorso, UberPOP deve seguire le regole del trasporto e non fornisce invece servizi propri della società dell’informazione oppure una combinazione di entrambi i tipi di servizi.