Orobica Team, su PanDakar, è tra i 53 (su 93) equipaggi arrivati al traguardo

Dici Panda, pensi alla spesa. Alla scuola dei figli. Oppure alla mamma, al nonno che a scuola ti ci venivano a prendere, con la Panda. Eppure, la Panda è anche un mezzo capace di finire la corsa più dura del mondo, la Dakar. Anzi, è la prima auto italiana a farlo; di più: è la prima utilitaria derivata dalla serie a tagliare il traguardo di questa corsa massacrante . Certo, la base è quella della Panda 4x4, icona dell’offroad e auto preferita da molti “montanari DOC” per le sue doti di arrampicatrice, per la sua affidabilità e, perché no, per il suo stile essenziale eppure ricercato. Su quella base, Orobica Team ha realizzato appunto PanDakar.

Tra le modifiche, pesanti ma che non hanno stravolto il progetto originario (in altre parole: questo non è un prototipo con qualche richiamo stilistico al modello di serie, bensì un modello di serie adattato allo scopo), ci sono il motore 2.0 Multjet da 180 CV, mentre sull’auto di serie il diesel è un 1.300 da 95 CV; le sospensioni sono della Sachs e poi ancora non mancano radiatori supplementari, carreggiate allargate, piastre inferiori paracolpi, sedili/cinture di sicurezza/roll-bar omologati FIA e tanto altro. Guidata dall’esperto Giulio Verzelletti, navigato dall’altrettanto esperto Antonio Cabini, la PanDakar ha resistito a oltre 9.000 km di insidie e di maltempo, all’altura e alle temperature estreme dell’aria (fino a +40° C).

Dakar 2017, PanDakar ce l'ha fatta

Foto di: Adriano Tosi