Si chiama Collaborative Parking ed è una tecnologia allo studio basata sui sensori di parcheggio delle auto in sosta

A cosa pensate sentendo dire “parcheggio collaborativo”? Magari alla vostra fidanzata o ad un amico che scende veloce dall’auto per andare ad occupare un posto libero mentre voi fate il giro dell’isolato. Questo metodo rimane il più efficace se vedete un posto libero in lontananza, ma non è il principio a cui la Ford sta lavorando per sveltire i parcheggi in città, un’incombenza che le tecnologie non sono ancora riuscite a rendere meno “indigesta”. Il parcheggio collaborativo della Ford è un sistema allo studio basato sui sensori ad ultrasuoni, che sfrutta le auto parcheggiate per dirvi quando c’è uno stallo libero nei dintorni.

I sensori di parcheggio fanno le “vedette”

Il parcheggio collaborativo è ancora agli albori e si diffonderà quando le auto saranno in grado di comunicare le une con le altre, ovvero non appena saranno equipaggiate con ripetitori internet di bordo e ci sarà uno standard che tutte potranno “capire”. La Ford però si è mossa in anticipo e ha sperimentato in Inghilterra una tecnologia all’apparenza tanto semplice quanto efficace: le auto in sosta attivano i sensori di parcheggio e capiscono quando davanti o dietro c’è uno spazio libero, mettendo poi in rete l’informazione fino a quando non arriva il primo veicolo nei paraggi. La Ford non ha spiegato nel dettaglio come funzionerà il sistema, visto che questo è ancora in fase di sviluppo. 

Le auto parleranno l’una con l’altra

La tecnologia di parcheggio collaborativo è fra gli sviluppi più interessanti dei cosiddetti sistemi di comunicazione veicolo-veicolo (V2V) e veicolo-cose (V2X), ovvero protocolli a cui i costruttori stanno lavorando per far dialogare fra loro le auto e le infrastrutture, come ad esempio un parcheggio in struttura, che potrà aggiornare in futuro la mappa satellitare non appena si libera uno stallo al suo interno. Queste tecnologie però sono ancora lontane nel tempo. Il parcheggio collaborativo rientra all’interno di un progetto finanziato anche dal governo britannico, che ha sostenuto le aziende per studiare le possibilità di connessione fra auto.