Le compagnie snocciolano i dati sulle truffe assicurative

I “furbetti del colpo di frusta”: così vengono definiti gli automobilisti che mettono in piedi una frode ai danni delle compagnie. Cercano di ottenere risarcimenti illeciti per incidenti mai avvenuti o “gonfiati” (il sinistro c’è stato, le ferite no), e “sporcano” tutto il sistema Rc auto: a pagarla cara sono i cittadini onesti che, per assicurare una vettura, spendono cifre più alte del normale, in quanto le imprese scaricano sugli utenti i costi delle frodi. Problema sentitissimo al Sud, specie a Napoli e Caserta. Per il 2017, l’Ania (l’Associazione delle assicurazioni) ha appena snocciolato i dati delle truffe nella Rc auto. 

Ecco le statistiche

Due premesse. Primo: i sinistri oggetto di rilevazione sono quelli denunciati alle compagnie di assicurazione nel corso del 2017, pari a 2.857.883. Secondo: per “rischio frode” si deve intendere il rischio di un danno economico derivante da condotte probabilmente illecite. Ed eccoci alla statistica: l’incidenza media, a livello nazionale, dei sinistri esposti al rischio di frode sul totale del campione di sinistri denunciati nel 2017, dopo tre anni di continua crescita (dal 2014 al 2016), torna lievemente a diminuire. E si attesta al 22,4% (era il 23,5% due anni fa). Questo calo, dice l’Ania, potrebbe essere collegato con la diffusione sempre più ampia degli strumenti telematici (come le scatole nere) che limitano la possibilità di frode da parte degli assicurati. A livello regionale, è emergenza Sud: anche nel 2017 la più alta incidenza di sinistri a rischio di frode si riconferma nell’Italia meridionale, dove quasi il 35% dei sinistri denunciati è risultato sospetto.

I numeri scendono

Attenzione però. Sul totale, quanti sinistri sono oggetto di “approfondimento rischio frode”? Il 12,4%. Ma arriviamo al dunque: sui sinistri “approfonditi”, quanti arrivano a denuncia/querela da parte delle compagnie? Solo l’1,3%. Morale: è difficilissimo determinare con la massima precisione il numero di frodi Rca in Italia. L’Ania dà la sua spiegazione: “Le ragioni che stanno alla base dell’esiguo numero di querele risiedono nelle note criticità che caratterizzano il processo penale”. Il reato di norma è perseguibile a querela di parte: ci sono alti costi del contenzioso, più il rischio di contro-querele, e basse possibilità di recuperare il danno economico patito. In più, esiste la legge sulla non punibilità del reato di lieve entità. Inoltre, nella gran parte dei casi, il reato di frode assicurativa rientra tra le condizioni di non punibilità dell’imputato: esiguità del pregiudizio economico provocato e non abitualità dell’imputato rispetto al medesimo reato. Senza parlare dell’intasamento delle Procure che determina l’archiviazione per prescrizione di gran parte delle azioni penali. Il 70% delle udienze viene fissato a 3 anni dalla richiesta. Dall’avvio dell’azione penale alla sentenza di 1° grado passano mediamente 4 anni. In questo contesto è sufficiente ricorrere in appello per avere buone possibilità di raggiungere il termine prescrizionale di 6 anni.

La stoccata dell’Ania

Non ultimo, sentiamo l’Ania che cosa dice a proposito delle frodi assicurative: “Non vanno dimenticate le criticità del processo civile dove gran parte del contenzioso Rc auto è rimesso ai giudici di pace la cui normativa di riferimento non prevede conflitti di interesse tra la funzione di giudice e quella di avvocato in infortunistica stradale”. Una vecchia polemica, in atto da anni. Di cui pagano le conseguenze gli automobilisti onesti, con polizze più costose.