Il nuovo AD di Fiat Chrysler eredita un’azienda senza debiti, piani ambiziosi e alcuni nodi irrisolti da affrontare con competenze diverse dal passato. E che l’inglese ha

Michael Manley detto Mike, è lui il successore di Sergio Marchionne al timone di FCA. Un nome che sembra tirato fuori dal cilindro, ma non certo per chi lo conosce, lo osserva da tempo e per chi ha imparato a decifrare le mosse e gli intendimenti del suo predecessore. Inglese nato a Eleridge, nella regione del Kent che si trova a Sud di Londra, poco al di fuori della M25 che gira intorno alla metropoli britannica, ha una laurea in ingegneria e un master in business administration dunque possiede un profilo classico per un’azienda automobilistica, che vanta un elevato tasso di complessità, sia per la tecnica del prodotto che produce e commercializza, sia per la parte economica a gestionale.

Nato sul campo di battaglia

Ma non è solo questo a qualificare Manley che ha iniziato la propria carriera in una concessionaria, dunque conosce quello che gli addetti ai lavori definiscono il “field” ovvero il campo, che sta per la rete di vendita e la prima linea del mercato. Ogni manager dell’automobile che si rispetti deve necessariamente conoscere questa realtà, anzi è la prova del fuoco che in molti casi ne decide la carriera. Solitamente si parte dalla sede centrale, si va sul campo e poi si ritorna alla base per scalare tutti i gradini della gerarchia. Manley invece è partito dal “field” e questa professionalità viene messa subito a frutto quando la Lex Autosales viene acquisita nel 2000 dalla DaimlerChrysler e l’ingegnere diventa responsabile dello sviluppo rete per la consociata britannica del colosso germano-americano.

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Da Londra a Detroit

Tre anni e prende il volo. Destinazione: Detroit, dove il buon Manley non sa che lo aspetta un periodo alquanto turbolento, ma che lo farà emergere. DaimlerChrysler infatti non va come deve e i tedeschi mollano il versante americano cedendolo al fondo Cerberus nel 2007. L’anno dopo diventa capo delle vendite e responsabile del business in Asia del brand e, quando arriva la crisi del 2009, è vicepresidente con la responsabilità globale delle vendite e della pianificazione prodotto mentre Chrysler si avvia al fallimento. Con l’arrivo di FCA nel 2009, Manley diventa l’amministratore delegato della divisione Jeep che sotto la sua conduzione avvia il periodo migliore della sua storia: le vendite passano da 497mila pezzi del 2008 a 1,9 milioni previsti per il 2018, ma soprattutto il marchio assume una statura globale, sia per la diffusione sia per la produzione con nuovi modelli (Cherokee, Compass, Renegade, Wrangler e Grand Commander) e nuovi stabilimenti (Cina, Italia e Brasile).

La Jeep come non è mai stata

E non è finita. Ora Jeep copre l’80% del mercato dei SUV, ma si prepara a raggiungere il 100% nel 2022 con un pick-up, 2 inediti modelli a 7 posti, il ritorno della Wagoneer e un modello urbano ancora più piccolo della Renegade senza contare che ci saranno 10 veicoli ibridi plug-in e 4 elettrici. Il tutto accompagnato da un’ulteriore localizzazione della produzione e crescita della rete. E mentre all’interno del gruppo i nomi si alternano e vengono scambiati i loro ruoli, il percorso di Manley è invece regolare. Certo, l’evoluzione del mercato privilegia un marchio che fa solo SUV e che è riconosciuto in tutto il mondo, ma è indubbio che Manley è il “car guy” che, più di tutti, rappresenta continuità e successo all’interno di FCA e, oltre a questo, appare come il più idoneo ad affrontare una sfida molteplice che va dallo sviluppo di nuovi prodotti e tecnologie fino al destino stesso di FCA e alla sua possibile integrazione con un altro grande gruppo.

Le nuove sfide, un’altra lingua

Il nuovo AD del Lingotto ha poi altre caratteristiche “politiche” che lo pongono in continuità con il solco tracciato da Marchionne e con il piano industriale che prevede investimenti, da qui al 2024, per 45 miliardi, 9 dei quali solo per l’auto elettrica. La prima è l’autorevolezza tecnica per guidare l’azienda attraverso tecnologie fondamentalmente ancora inesplorate da FCA. La seconda è la conoscenza del mercato asiatico dove FCA ha i margini di crescita più ampi. La terza è la familiarità con il mercato e le operazioni sul suolo Nordamericano, fattore che risulterà ancora più fondamentale se il presidente USA, Donald Trump, dovesse dare davvero l’avvio alla guerra dei dazi con l’Europa così come nei confronti della Cina. Manley inoltre sposta ancora più lontano da Torino l’asse di quella che una volta era la Fiat sottraendola, ancor più di quanto già Marchionne avesse già fatto in passato, dai vecchi retaggi. Nolenti o volenti, la promozione di Manley significa una Fiat ancora meno italiana, a cominciare dal fatto che, per la prima volta, il suo AD non sa parlare la nostra lingua.

Una FCA a ruote alte e premium

Manley ha anche altre due competenze preziose da spendere. La prima è la conoscenza della rete e sui meccanismi che ne regolano sia lo sviluppo sul territorio sia i rapporti con le aziende di distribuzione e le case costruttrici. Quale sarà il futuro della distribuzione dell’automobile? Probabilmente nessun altro AD, tra quelli che occupano le poltrone più importanti, ha un livello di conoscenza di questo problema paragonabile a quella di Manley. La seconda è la perfetta padronanza del brand più globale e profittevole di FCA, un nucleo forte e diverso da quello storico generalista attorno al quale sviluppare un business plan esattamente rovesciato rispetto al passato, che non parte dal nucleo generalista, dove le opportunità maggiori sono rappresentate da Alfa Romeo e Maserati e le problematicità vengono invece dai marchi e dalla gamma classica, dunque Fiat e 500.

Un affare di famiglia

Questi ultimi due capitoli non sono oggetto del piano industriale presentato il I giugno e dunque Manley potrà giocare a carte coperte guardandosi intorno per stabilire nuove alleanze o cedere questo ramo d’azienda ad un altro costruttore che, tra i vari obiettivi, potrebbe avere quello di cautelarsi dalle guerre doganali che si profilano all’orizzonte. Trattasi di una scommessa industriale, commerciale, distributiva e di brand non di poco conto, ma sulla quale si gioca la riuscita della carriera di Manley sul piano della sostenibilità, dei profitti e del ruolo di FCA sullo scacchiere globale. Accanto non avrà più un manager come lui, ma John Elkann, ovvero il riferimento della famiglia, un fattore con il quale l’inglese non ha mai avuto a che fare e che fa la differenza. Anche se libera da debiti, FCA avrà comunque l’esigenza di creare valore per gli azionisti di riferimento con strumenti diversi creati dall’abilità di Marchionne. Manley dovrà mettere a punto la sua eredità, ma con competenze e obiettivi diversi dimostrando una personalità differente. Perché di Marchionne ce n’è stato uno e tutti sanno che non ce ne sarà un altro uguale.

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