L’azienda italiana apre un nuovo centro di design a Los Angeles, non lontano dalla Silicon, culla della guida autonoma

Di tanto in tanto qualcuno prova ancora a difendere il concetto di italianità. Il mondo però non si ferma e casi come quello di Automobili Pininfarina dimostrano che se un’azienda finisce in mani straniere e queste mani sono capaci, allora il futuro può essere migliore non solo del presente ma anche del passato. Non si tratta di opinioni, ma di dati di fatto, che potete leggere più sotto; prima, ecco come Pininfarina guarda al futuro della mobilità.

Pronti a disegnare la macchina del futuro

Se si parla di mobilità privata, il futuro è a guida autonoma. Certo, ci vorrà ancora un bel po’ di tempo, ma come in tutte le cose le basi bisogna gettarle molto presto, prima ancora che il mercato prenda il via. Ecco perché Pininfarina of America (che ha sede a Miami e opera da cinque anni nello sviluppo di progetti di Industrial e Interior Design, Architettura, Consumer goods ed Elettronica, Transportation) ha annunciato l’apertura di un nuovo centro di design a Los Angeles: “La California – ha spiegato l’A.D. Silvio Pietro Angori - sta diventando il fulcro di tutte le innovazioni nel settore automobilistico e del design industriale, con un’alta concentrazione di start-up, imprenditori qualificati, progetti pilota e investitori che sostengono, per esempio, la corsa all'oro nel settore della guida autonoma”. 

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I numeri danno ragione agli indiani

Quando gli indiani del gruppo Mahindra hanno annunciato l’acquisizione di Pininfarina, non pochi in Italia e nel resto del mondo hanno avanzato qualche dubbio. Bene, nel primo semestre del 2018 il gruppo Pininfarina - che peraltro ha appena creato la società Pininfarina Engineering, oltre ad aver operato fusione per incorporazione della Pininfarina Extra - ha registrato 55,3 milioni di euro di valore della produzione (39,6 nello stesso periodo del 2017), 7 milioni di margine operativo lordo (contro 2,2) e un risultato netto di 3,1 milioni di euro (era in negativo di 0,6). Una storia che ricorda, su scale diverse, quella di Jaguar-Land Rover e Volvo.

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