Dopo l'ipotesi FCA-Renault si aprono nuovi scenari e alcuni analisti prevedono un futuro industriale senza troppe alleanze, ma qualche accordo mirato

Chissà se quella che si apre sarà una nuova settimana da montagne russe per i titoli Renault e FCA oppure se sarà relativamente calma, magari la calma prima della tempesta. Dopo la mancata fusione, che potrebbe essere solo rimandata, si sono aperte, anzi ri-aperte, le speculazioni sulle possibili alleanze: Hyundai, Peugeot, Geely.

Per ognuno di questi nomi ci sono pro e contro e, forse, quello con maggiori possibilità di successo potrebbe essere un accordo con i coreani, visto che con i francesi di Tavares ci sarebbe sempre il problema della partecipazione di circa il 13% che lo Stato ha nel Brand transalpino e con i cinesi ci sarebbe il problema di Trump che potrebbe non gradire. Ma siamo sicuri che il consolidamento dell’industria sia la strada obbligata? Secondo autorevoli analisti c'è un altro orizzonte.

Max Warburton, senior analyst di Bernstein Research, scrive che la ricerca delle economie di scala potrebbe non funzionare quando si tratta della migrazione alle auto elettriche che, al contrario porteranno ad una trasformazione dell’industria perché molte parti potranno essere acquistate dall’esterno e, grazie alle batterie, più del 70% del valore di un’auto potrà essere acquistato. Questo abbassa i livelli di breakeven, tanto da permettere a startup di entrare nel settore.

Consolidamento dell’industria: ma è davvero la soluzione?

Tutto sta forse partendo da un presupposto sbagliato. Da tanti anni ormai si parla di economie di scala come di un'esigenza, tra le voci più popolari c'era anche quella di Marchionne. Ci sono tanti elementi che potrebbero portare a pensare a questa come la soluzione ideale: gli enormi investimenti necessari per l’elettrificazione e la guida autonoma, il calo della domanda internazionale, nuovi competitori che si affacciano sul mercato, le economie di scala necessarie per fare grandi numeri di produzione, solo alcuni dei punti che si potrebbero portare come elementi a favore della tesi.

Le economie di scala però non possono risolvere un problema legato ai veicoli elettrici, che costano molto e i margini su quelli piccoli sono ridotti. In alcuni casi i costi dell’integrazione potrebbero anche essere superiori rispetto ai vantaggi. Probabilmente per produttori con meno di 1 milione di unità all’anno, forse due, può essere necessario fare alleanze ma per gli altri no.

Più accordi e meno matrimoni

Del resto, la storia del settore ha dimostrato che sono davvero poche le fusioni che hanno funzionato: FCA e Chrysler, PSA che ha incorporato Opel, Volvo acquistata da Geely ma le altre sono state dei grandi fallimenti. Pensate a Ford e Volvo, GM e Saab, GM e Opel, Daimler e Chrysler. Uno dei motivi principali di questi fallimenti va ricercato nelle differenze culturali, che sono proprio quelle più evidenti nell’alleanza tra Renault e Nissan. Ma non è solo un problema culturale. Le auto elettriche hanno bisogno di meno lavoratori.

Secondo uno studio di CAM, tra il 15 e il 20% dei posti di lavoro nell’industria automobilistica tedesca potrebbero evaporare se, entro il 2030, la metà del mercato sarà di auto elettriche. Questo apre un grosso problema politico, che si collega a un altro aspetto che è un deterrente al consolidamento: la presenza degli Stati come azionisti di alcuni OEM, non solo Renault e Peugeot, ma anche per Volkswagen una presenza ingombrante che ne condiziona la governance in modo fortissimo. E se non è lo stato sono famiglie con quote significative, come Porsche e Piech sempre in Volkswagen, la famiglia Ford in Ford, gli Agnelli in Fiat. A questo adesso si aggiungono gli equilibri internazionali, in un mondo che va sempre più verso il nazionalismo, l’opposto dell’integrazione globale.

Magari non sarà il consolidamento operato attraverso le classiche fusioni ad essere la chiave del cambiamento, quanto piuttosto i grandi accordi, come quelli già in corso tra Volkswagen e Ford, BMW e Daimler, BMW e Jaguar Land Rover, Toyota e Subaru. Questo genere di operazioni, più indolori per quanto riguarda i punti sollevati sopra ma più efficaci in termini di costi, potrebbero essere il vero futuro dell’industria auto, nel frattempo in Borsa si potrebbe continuare a ballare.