A 15 settimane dall'uscita della Gran Bretagna dall'UE mancano intese sui dazi, l'automotive rischia un danno da 110 miliardi in 5 anni

Tra gli effetti più insidiosi dell'ormai definitiva uscita della Gran Bretagna dall'UE c'è l'annosa questione degli scambi commerciali: fuori dall'Unione e dalle sue politiche di libera circolazione delle merci, infatti, si reintrodurrebbero dazi per i prodotti in entrata e uscita che, senza contare i movimenti della sterlina, rappresentano un grosso pericolo per l'import-export.

A lanciare all'allarme sono 23 associazioni di categoria dei vari Paesi dell'Unione (per l'italia la firmataria è l'ANFIA) che hanno ricordato con un comunicato congiunto come il periodo di transizione prima del definitivo abbandono dell'UK scada con il 2020, e che siano dunque rimaste appena 15 settimane per cercare un'intesa e scongiurare il pericolo dazi.

Vecchie regole, vecchi limiti

Senza un preciso accordo commerciale, infatti, gli scambi tra l'unione europea e i lRegno Unito avverrebbero nuovamente secondo il regolamento internazionale dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), che impone il 10% di imposta daziaria sulle auto e fino al 22% su veicoli commerciali leggeri e autocarri.

L'allarme viene dal fatto che secondo le associazioni, il rincaro dovuto ai dazi rischia di essere ben maggiore del margine di ricavo sui prodotti e quindi non potrebbe essere assorbito anche solo parzialmente dai costruttori. Necessiterebbe dunque di essere recuperato con listini più salati per i clienti finali, limitando il potere d'acquisto e dunque le vendite. Stesso discorso, ovviamente, non soltanto per i prodotti finiti ma anche per materie prime e componentistica.

A rischio 22 miliardi di euro l'anno

Le stime sui possibili effetti della reintroduzione dei dazi tra UK e UE parlano di possibili perdite per il settore Automotive di qualcosa come 110 miliardi in 5 anni: questo comparto, uno dei più importanti nell'economia generale, vale infatti poco men odi 15 milioni di posti di lavoro, sia nel Regno Unito sia nell'Unione, dove sempre in media un lavoratore ogni 15 è occupato nella filiera automobilistica. 

Una cifra da aggiungersi, o sottrarsi secondo il punto di vista, agli oltre 100 miliardi già andati in fumo a causa dell'interruzione delle attività produttive dovute alla pandemia di CoViD-189 che quest'anno ha paralizzato il settore per un intero trimestre.

"La posta in gioco è alta per l'industria Automotive dell'Unione Europea – ha commentato Erik-Mark Huitema, Direttore Generale di ACEA, l'associazione europea dei costruttori - dobbiamo assolutamente ottenere un ambizioso accordo commerciale con la Gran Bretagna entro gennaio. Altrimenti il nostro settore, già scosso dalla crisi dovuta al COVID-19, sarà di nuovo duramente colpito”.

La voce dell'Italia

Anche ANFIA (Associazione Nazionale della Filiera dell'Industria Automobilistica) ha aggiunto la sua voce al coro con le parole del Direttore Gianmarco Giorda: “Il Regno Unito è uno dei maggiori partner commerciali per l’industria automotive italiana, il terzo mercato di destinazione per parti e componenti per autoveicoli, con il più alto avanzo commerciale positivo (1,34 miliardi di Euro nel 2019), e il quarto per le autovetture.

Come ben evidenziato dalla pandemia, c’è una forte connessione delle catene di fornitura tra i Paesi europei dell’Automotive e la relazione tra i fornitori italiani di componenti e gli OEM locali in UK è irrinunciabile in un momento delicato di lenta ripresa come l’attuale. Il punto è quindi evitare l’introduzione di nuove tariffe doganali, di lunghe pratiche burocratiche e un’impennata dei prezzi, salvaguardando così la competitività del settore Automotive sia in Italia che nel Regno Unito”.