Il 73% delle imprese intervistate nel settore dei componenti pensa che questa sia un’operazione favorevole alla nostra economia

Il settore della componentistica automotive italiana non se la passa bene, per gli effetti di una crisi iniziata già prima del terremoto coronavirus, e guarda con speranza alla fusione FCA-PSA, che darà vita al colosso Stellantis, che malgrado faccia presagire un prevalente impiego di piattaforme francesi potrebbe comunque portare una ventata d'ossigeno ai fornitori nostrani.

Questo è quanto emerge dal report dell'Osservatorio sulla componentistica auto italiana realizzato dalla Camera di Commercio di Torino in collaborazione con ANFIA (Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica) e il Center for Automotive and Mobility Innovation (CAMI) del Dipartimento di Management dell’Università Ca’ Foscari Venezia.

La crisi prima della pandemia

I dati di ANFIA all’interno del report mostrano una situazione allarmante per quanto riguarda in generale il settore automotive. Se a livello globale il 2019 ha fatto registrare un calo allarmante della domanda e della produzione di autoveicoli del 4,5% e del 5,2%, in Italia i dati si mantengono stabili almeno per quanto riguarda la domanda (+0,6%) ma si registra un calo drastico nella produzione con un -13,9%.

Numeri impressionanti, che dimostrano come il settore auto mostrava già segnali di crisi nel 2019 che sono stati amplificati a dismisura con la pandemia di coronavirus. A livello mondiale si prevede infatti un calo globale nella produzione del 17% nel 2020 mentre in Italia il dato potrebbe essere ancora più pesante vista la contrazione del 46,7% considerando solo il semestre gennaio-giugno 2020.

Male anche la componentistica

Anche il settore della componentistica auto italiana, che comprende 2.198 imprese (tra cui fornitori di moduli, specialisti, subfornitori, attività di Engineering & Design, motorsport, infomobilità e mobilità elettrica) mostra notevoli segnali di sofferenza, con un fatturato sceso nel 2019 del 3,9%, a 49,2 miliardi di euro.

Nel report dell’Osservatorio sono stati analizzati i dati di 458 imprese, il 94% delle quali è attiva nel settore da più di 5 anni. I risultati emersi mostrano un trend negativo per la maggior parte dei segmenti con l’aumento dal 35% dell’anno scorso al 59% delle attività con giro d’affari diminuito, mentre le attività che dichiarano invece un fatturato in espansione sono scese dal 54% del 2018 al 33%.

Tra gli altri fattori determinanti del 2019 troviamo l’aumento dal 69% al 73% delle aziende che utilizza parte del fatturato per il finanziare la ricerca e lo sviluppo, l’incremento al 29,5% delle imprese che hanno come posizionamento principale quello dei veicoli elettrici o ibridi e un aumento di aziende che hanno partecipato a progetti di sviluppo di powertrain elettrificati.

Il ruolo di FCA

Nonostante FCA abbia un grosso peso sul settore della componentistica auto (73%),e si sia impegnata a sostenere la filiera italiana (che è anche un vincolo impostole per l'ottenimento del prestito avuto lo scorso giugno con garanzia del Governo), la dipendenza dal gruppo italo-americano ha fatto registrare il valore più basso degli ultimi 5 anni, dimostrando come il mercato estero stia diventando sempre più importante.

Ad aumentare la situazione di stallo con l’indecisione sulle scelte prese per il futuro, c’è l’accordo tra FCA-PSA per la costituzione del Gruppo Stellantis. Malgrado diversi modelli siano destinati a nascere su piattaforme del Gruppo francese, il 73% delle imprese intervistate pensa che questa sia comunque un’operazione favorevole grazie all’aumento dei volumi di fornitura con le piattaforme comuni e alla presenza su più mercati.

Il focus sul Covid-19

Vista la situazione d’emergenza sanitaria ed economica dovuta alla pandemia di Coronavirus, il report annuale sulla filiera della componentistica italiana è stato arricchito da un’ulteriore indagine, svolta dal CAMI dell’Università Cà dei Foscari di Venezia nei mesi da luglio a settembre. L’obiettivo era quello di valutare non solo l’impatto della crisi ma anche le previsioni e le strategie future della imprese.

I risultati dell’indagine, condotta su un campione di 228 imprese, sono tutt’altro che incoraggianti. A questo bisogna aggiungere che l’indagine è stata svolta prima della seconda ondata di coronavirus che sta mettendo di nuovo in ginocchio l’economia del Paese. Tornando ai numeri, con la prima ondata di pandemia circa il 60% delle imprese contattate ha dichiarato di aver chiuso l’attività per 1/2 mesi con una conseguente crisi di liquidità.

Il 44%, inoltre, ha avuto difficoltà negli approvvigionamenti mentre il 50% per contrastare la crisi ha deciso di modificare i processi produttivi tramite il riposizionamento delle attività, la reingegnerizzazione e l’utilizzo dell’automazione nelle linee produttive.

In linea generale il 90% delle imprese contattate prevede una diminuzione nel fatturato, negli ordini nazionali ed esteri e nell’occupazione con percentuali che variano dal 20 al 50%. Secondo la maggior parte delle aziende sono necessari interventi mirati del Governo sugli incentivi alla domanda e l’estensione della cassa integrazione.