La prova del Maggiolino che (forse) non conoscevi
Nata nel 1952, la Rometsch Beeskow mette insieme il Maggiolino e il motore di una Porsche 356 in un mix incredibile
Il Volkswagen Maggiolino lo conosciamo tutti. E' l'icona di un'epoca ed è un modello col quale diverse generazioni sono cresciute. Ma questo Maggiolino è un po' diverso.
Si chiama Rometsch Beeskow ed è derivato proprio dallo storico modello di Wolfsburg. Le proporzioni allungate, la fiancata fluida, il cofano basso e il posteriore elegantemente arrotondato sono solo alcune delle stranezze di questa tedesca, sulla quale i colleghi di Motor1.com Germania sono riusciti a mettere le mani.
Un Maggiolino vestito da gran turismo
La storia della Beeskow è strettamente legata alla carrozzeria berlinese Rometsch e al designer Johannes Beeskow, proveniente dalla prestigiosa Erdmann & Rossi. Negli anni '50 il telaio e la meccanica del Maggiolino diventano la base sulla quale costruire una carrozzeria completamente diversa.
Rometsch Beeskow (1952)
Il risultato è sorprendente. La Beeskow viene realizzata in alluminio, con pannelli modellati e assemblati artigianalmente. Anche alcuni dettagli apparentemente decorativi nascono in realtà da esigenze tecniche: le caratteristiche “radpfeifen” sopra i parafanghi anteriori servono a raccordare la carrozzeria con la carreggiata del telaio Volkswagen.
Tra il 1950 e il 1957 ne vengono costruiti appena 280 esemplari, rendendola oggi una delle più rare interpretazioni della meccanica del Maggiolino.
Rometsch Beeskow (1952), il tre quarti posteriore
Aprire le portiere controvento della Beeskow significa entrare in un'altra epoca. L'abitacolo è dominato dalla pelle rossa, dagli inserti in bachelite e da strumenti che tradiscono l'origine Volkswagen senza però togliere nulla all'atmosfera lussuosa.
La posizione di guida è bassa e il volante è enorme, sottile e perfettamente coerente con il periodo. Davanti agli occhi ci sono strumenti semplici, ma proprio questa semplicità rende l'ambiente speciale.
Dietro i due sedili anteriori c'è poi una soluzione decisamente insolita: un terzo posto disposto trasversalmente. Lo spazio per le gambe è sorprendentemente abbondante, anche se dal punto di vista della sicurezza questa configurazione appartiene inevitabilmente a un'altra epoca.
Non ci sono cinture, airbag o sistemi elettronici di assistenza. E questa sensazione di vulnerabilità rimane presente anche durante la guida.
Il boxer Porsche
La vera sorpresa arriva quando si gira la chiave. Il quattro cilindri boxer prende vita con il caratteristico borbottio dei motori raffreddati ad aria.
In questo esemplare, però, non troviamo il tradizionale motore del Maggiolino. Dietro l'abitacolo lavora un 1.5 da 60 CV derivato dalla Porsche 356. Una potenza che può sembrare modesta, ma bisogna ricordare che la Beeskow pesa circa 750 kg.
Rometsch Beeskow (1952), gli interni
E soprattutto il motore non dà l'impressione di essere sottodimensionato. Il boxer sale di giri con entusiasmo, risponde rapidamente all'acceleratore e accompagna la vettura con una sonorità meccanica che costituisce una parte fondamentale dell'esperienza.
La differenza rispetto a un'automobile moderna diventa evidente già nei primi metri. Lo sterzo presenta un gioco importante, il comportamento sul dritto richiede attenzione e il telaio non filtra le reazioni come farebbe una vettura contemporanea.
Ma è soprattutto il cambio non sincronizzato a riportarci indietro di oltre settant'anni.
Per passare correttamente da una marcia all'altra bisogna fare la doppietta e, quando necessario, il punta-tacco. Non basta spostare la leva: bisogna ascoltare il motore, capire a quale regime si trova e sincronizzare i movimenti.
Dinamica di guida senza filtri
Anche il comportamento in curva richiede rispetto. La Beeskow non possiede l'aderenza o la precisione di una moderna sportiva e la sua architettura, derivata dal Maggiolino, presenta tutti i compromessi tipici dell'epoca.
La leggerezza, però, gioca a suo favore. L'auto cambia direzione con facilità e il motore posteriore rende molto evidente il trasferimento dei carichi. In accelerazione il retrotreno si fa sentire, mentre nelle curve affrontate con maggiore decisione occorre prestare attenzione alle reazioni dell'asse posteriore.
Rometsch Beeskow (1952), la prova su strada
Non è una vettura che invita a cercare il limite. Al contrario, la Beeskow chiede di essere guidata con sensibilità. Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della prova: non è necessario andare forte per divertirsi.
Col tetto aperto, poi, l'esperienza assume un'altra dimensione. Le piccole superfici vetrate scompaiono, il vento attraversa l'abitacolo e il suono del boxer arriva senza filtri.
Guidando sulle strade intorno a Wolfsburg, anche a velocità relativamente basse, si ha la sensazione di essere immersi nel viaggio. Non c'è bisogno d'infotainment, navigazione o musica: il paesaggio, il motore e la meccanica sono più che sufficienti.
È facile capire perché le automobili scoperte degli anni Cinquanta fossero associate a un'idea di libertà e di viaggio verso mete lontane. La Beeskow ha qualcosa di profondamente romantico, quasi cinematografico.
Fotogallery: Rometsch Beeskow (1952), la prova su strada
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