Le elezioni USA le ha perse anche Tesla
A midterm concluse le azioni Tesla hanno iniziato a scendere e in 5 giorni hanno perso il 14,4%
Che Elon Musk sia strettamente legato al Partito Repubblicano statunitense non è certo un mistero e che il suo rapporto con il Presidente Donald Trump sia, tra alti e bassi, ancora forte è dimostrata dall'incarico affidatogli per analizzare sicurezza e futuro della guerra. Uno di quegli amori tra Musk e la Casa Bianca che non finisco, facendo giri immensi.
Un legame non senza interessi economici: come molti altri colossi della tecnologia anche Musk ha voluto appoggiare Trump nel suo secondo mandato, contando su un sostegno burocratico e politico da parte del Presidente, con i tanto discussi data center al centro. Ora che le elezioni di metà mandato hanno premiato (oltre ogni più rosea aspettativa) di Democratici, si sta presentando un conto salato in casa Tesla. E potrebbe essere solo l'inizio.
Il conto da pagare
Prima di tutto i numeri: nel momento in cui scriviamo le azioni Tesla stanno perdendo il 10,77%, un calo iniziato proprio durante il 4 novembre, il giorno dopo le midterm negli USA, cui è seguito un crollo già nella mattinata del 5. Quotazioni non legate al prodotto in sé, ma più verosimilmente alla strategia di Tesla e agli strettissimi rapporti tra Musk e il Partito Repubblicano, per il quale l'imprenditore sudafricano ha speso (pare) circa 500 milioni di dollari durante l'ultima campagna elettorale.
Tesla Model 3 Standard (2026)
Briciole per l'uomo più ricco del mondo, sufficienti però a bollarlo come troppo vicino al GOP (Grand Old Party, nome col quale viene chiamato il Partito Repubblicano), largamente sconfitto alle elezioni, perdendo anche il Texas (dove hanno sede le aziende di Musk), dal 1988 saldamente in mano alla destra.
La trasformazione che cambia le cose
Tesla quindi perde in borsa, come perdono tutte le grandi aziende tecnologiche statunitensi. A legarle ci sono i già citati data center, capannoni infarciti di computer necessari per far girare le intelligenze artificiali (o superintelligenze, per citare Donald Trump) protagoniste di società ed economia. E il problema di Tesla sta proprio qui. Non si tratta più di una Casa automobilistica ma di una tech company al pari di Nvidia, Apple, Microsoft, OpenAI e via dicendo.
Per Tesla ormai le auto rappresentano il passato, o meglio le auto come le conosciamo oggi. La nuova Roadster (quella che salta e fa le capriole) sarà l'ultimo modello da guidare, poi i volanti scompariranno e sarà il momento della guida autonoma. Alla quale servono tonnellate di chip e IA a prova di errore. Così Musk punta su Terafab (il chip sviluppato da Tesla in collaborazione con Intel) e xAI (la sua azienda dedicata all'intelligenza artificiale), con la speranza di cavalcare l'onda e vincere la competizione.
Onda che ora si sta trasformando in uno tsunami. E chissà se i democratici intenderanno - facendo i conti con la Casa Bianca - ripristinare almeno parte dei piani green dell'ex Presidente Joe Biden, cancellati da Trump. Se così fosse forse Tesla potrebbe trarne giovamento, anche se solo parzialmente. La trasformazione in tech company (con la fusione con SpaceX all'orizzonte) allontanerebbe eventuali benefici, portandosi dietro però tutti i "se" e i "ma" di un Campidoglio che non vede più la tecnologia come panacea di ogni male.
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