Dazi USA sulle auto, che cosa stanno rischiando davvero gli stabilimenti europei
Le trattative con Washington pesano su Stellantis e sulle tedesche, tra produzione spostata e impatto indiretto su flotte italiane
Volkswagen, BMW e Mercedes restano al centro del braccio di ferro sui dazi tra Stati Uniti ed Europa. Sul tavolo ci sono contatti con Washington per alleggerire l'impatto sulle auto esportate dall'Unione europea.
Tariffe e scelte produttive sono sempre più legate, e il nodo riguarda anche l'Italia. Stellantis vende negli Stati Uniti modelli costruiti in Europa, mentre componenti e motori italiani finiscono su vetture assemblate altrove. La distanza tra un'auto finita e un pezzo di ricambio cambia di molto chi finisce per pagare il dazio.
Il nodo dei dazi per l'industria europea
Al briefing di metà giornata della Commissione europea del 30 ottobre 2026 si è parlato di contatti tra alcune case tedesche e il governo statunitense sui dazi alle auto, con richieste di chiarimenti sulle negoziazioni bilaterali in corso. La Commissione ha ribadito che non commenta questi colloqui.
La linea ufficiale resta quella del quadro negoziale comune tra Unione europea e Stati Uniti.
Dal 1° luglio 2026 è in vigore il nuovo accordo tariffario tra Unione europea e Stati Uniti. Per i veicoli, il quadro consente agli Stati Uniti di ridurre retroattivamente al 15% il dazio sulle auto importate dall'Unione europea da una data fissata negli atti applicativi, insieme a impegni su altre categorie di beni. L'intesa non introduce un'unica aliquota generale per tutti i prodotti europei e non prevede regole di origine preferenziali che equiparino i componenti europei a contenuto locale sul mercato statunitense.
La presidente Ursula von der Leyen collega sempre più spesso il tema auto al problema degli squilibri commerciali con la Cina, con un disavanzo che secondo i suoi dati vale circa 1 miliardo di euro al giorno. I progressi sui veicoli elettrici e ibridi, dice il messaggio, non bastano da soli a riequilibrare rapporti economici che coinvolgono intere filiere industriali.
Per l'Italia il rischio non è astratto. Stellantis importa negli Stati Uniti alcuni modelli prodotti in stabilimenti europei, ed è lo stesso dossier su cui il ministro Urso ha già aperto un confronto con l'azienda sulle conseguenze dei dazi USA per Stellantis e per l'indotto assicurativo collegato.
Auto finite e componenti: regole diverse
Il dazio non colpisce allo stesso modo un'auto finita e un singolo componente. Un veicolo assemblato in Europa e spedito intero paga l'aliquota fissata per le auto all'ingresso negli Stati Uniti. Un motore o un cambio che entra a far parte di un'auto assemblata in territorio americano ricade invece nelle regole di origine e nei programmi di agevolazione legati alla produzione locale.
Lo stesso principio guida da anni anche l'accordo tra Stati Uniti, Canada e Messico sui dazi auto. Più lavoro industriale avviene all'interno dell'area nordamericana, meno tariffe gravano sul prodotto finito che entra nel mercato statunitense. Le analisi sulle regole statunitensi indicano incentivi a localizzare più valore aggiunto in Nord America, ma non documentano per ora decisioni diffuse di gruppi europei di spostare o ampliare linee di assemblaggio oltreoceano in risposta diretta al nuovo accordo tariffario.
Effetti su prezzi e flotte in Europa
Per il mercato europeo l'effetto più diretto riguarda la produzione, non il listino. Se i costruttori tedeschi e italiani spostano quote di produzione negli Stati Uniti per gestire il peso dei dazi, calano gli investimenti sugli stabilimenti europei che oggi costruiscono quei modelli destinati all'export americano.
Le flotte aziendali italiane che acquistano modelli tedeschi o italiani esportati verso gli Stati Uniti non pagano direttamente il dazio. Possono però risentirne indirettamente se i costruttori rivedono i piani produttivi europei per concentrare volumi sui mercati meno esposti al rischio commerciale.
Il tema si intreccia anche con la pressione sulle importazioni cinesi, già oggetto di dazi separati sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito sulle auto elettriche cinesi e nelle discussioni europee sulle plug-in hybrid cinesi in Europa. Un fronte commerciale diverso, che però si somma a quello con Washington nel ridisegnare dove le case automobilistiche decidono di produrre.
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