Anche se i consumi calano (in Italia), l'attacco ai siti sauditi fa schizzare i prezzi oltre 71 dollari. Poi il rientro sotto quota 70

Petrolio in fiamme. Il nuovo attacco con droni e missili all'impianto saudita di Ras Tanura, il più grande terminal petrolifero del mondo, ha fatto impennare le quotazioni del greggio su scala mondiale. E poco importa che l'offensiva, rivendicata dai ribelli Houthi dello Yemen, non abbia prodotto risultati, come sostiene il governo di Riyadh.

Ancora una volta le tensioni geopolitiche hanno impattato in maniera decisiva sulla formazione del prezzo di quello che una volta si chiamava oro nero, andando persino oltre le decisioni di chiudere parzialmente i rubinetti prese dai Paesi produttori (è di pochi giorni fa la scelta dei Paesi Opec+ di lasciare invariati i tagli).

E la catena di trasmissione greggio-derivati ha portato a un rincaro dei principali prodotti petroliferi: in Italia la benzina self service è passata oggi (prezzi medi elaborati da Quotidiano Energia) a 1,551 euro il litro da 1,516 del primo marzo. Il diesel è cresciuto da 1,391 a 1,423. Il "servito" è cresciuto rispettivamente da 1,658 a 1,691 e da 1,538 a 1,567 euro il litro.

Il Brent supera quota 71 dollari, top da novembre 2018

Le quotazioni del Brent, il greggio di riferimento europeo che già la scorsa settimana era salito del 5,2%, sono decollate stanottesui mercati asiatici fin sopra quota 71 dollari il barile (71,38 il massimo intraday) su un livello cioè che non veniva più toccato dal novembre del 2018.

Rispetto all'inizio dell'anno i prezzi sono aumentati del 39,6%, mentre nel range a 52 settimane hanno fatto registrare un incremento più che doppio (da quota 32,93). Dopo il top oltre la soglia dei 71 dollari, le quotazioni hanno ritracciato intorno sotto l'area 69 (68,50 intorno alle 17.00 italiane), evidenziando anche una flessione percentuale di oltre un punto base nei confronti del closing di venerdì.

Anche il WTI, il petrolio di riferimento Usa, ha mostrato un andamento simile, registrando un'ampia volatilità e toccando oggi un massimo a 67,99, per poi flettere a 65,20-40 dollari.

Perché calano i consumi, ma i prezzi aumentano

Il petrolio è meno reattivo alla legge della domanda e dell'offerta perché sulla formazione dei prezzi influiscono parecchie varianti. Intanto, va sottolineato che le quotazioni di Brent e WTI si riferiscono ai cosiddetti future, cioè contratti a termine che in qualche modo anticipano il futuro perché impegnano le parti a una compravendita a prezzi prefissati oggi-per-domani.

C'è poi il monopolio naturale dei Paesi produttori. I principali sono riuniti storicamente nell'Opec (Opec+ con l'aggiunta di altri dieci, Russia in testa), una potentissima organizzazione che decidendo di aumentare o tagliare l'offerta influenza in modo massiccio la formazione dei prezzi. In tempi più recenti, la produzione di fonti energetiche dalle rocce di scisto (shale oil) ha avuto un impatto significativo sul mercato, soprattutto in America.

E ancora. Va considerata la domanda dei Paesi energivori, che su scala mondiale può avere un andamento diverso: per esempio in Italia calano i consumi, l'attività industriale e il traffico, ma in Cina, che è ripartita velocemente nel post pandemia, la richiesta di prodotti petroliferi è tornata prepotentemente a salire. 

Le tensioni geopolitiche, come nel caso di questi giorni, possono poi creare nel mercato delle aspettative di segno negativo sull'evoluzione della situazione. E nei casi peggiori determinare dei veri e propri shock, come per esempio nel 1973 con la crisi dovuta alla guerra dello Yom Kippur.

Arabia Saudita e Saudi Aramco nel mirino dei ribelli

L'impennata dei prezzi petroliferi, come detto, prende spunto negli ultimi giorni dall'attacco con droni e missili dei ribelli yemeniti al sito di Ras Tanura. Non si tratta però della prima operazione di questo tipo effettuata dagli Houthi: già a metà settembre del 2019 c'era stata un'offensiva simile su due siti sauditi, andata però a segno, e che aveva avuto un forte impatto sulle quotazioni del petrolio.

Nel mirino erano finiti, allora come adesso, impianti della Saudi Aramco, la compagnia petrolifera di Stato nata nel lontano 1933 per iniziativa della Standard Oil di John Davison Rockefeller. Aramco è stata quotata in Borsa nel dicembre del 2019, raccogliendo il maggior numero di risorse di tutti i tempi: nel primo giorno di contrattazioni già valeva 1.900 miliardi di dollari e in seguito è stata, insieme ad Apple, l'unica società al mondo a superare i 2 mila miliardi di capitalizzazione.