Si chiama clausola di salvaguardia ed è un… incubo col quale prima o poi l’Italia e gli italiani, automobilisti inclusi, dovranno fare i conti. Prima una definizione tecnica: introdotta con la manovra di luglio 2011 e più volte cambiata nel tempo, è una norma. Prevede un meccanismo semplice: l'aumento automatico dell'IVA (oggi al 22%) nel caso lo Stato non riesca a reperire le risorse pianificate. Obiettivo del Governo: "salvaguardare" i vincoli di bilancio dalle spese previste. In termini crudi, se lo Stato non ha soldi, i cittadini pagheranno un’IVA più pesante, con ricadute su tutti i settori dell’economia.

Spartiacque 2019

L’aumento automatico dell’IVA, se scatterà il 1° gennaio 2019 come potrebbe essere, comporta un rischio: in media, un aggravio di 317 euro a carico delle famiglie italiane (lo riporta il Sole 24 Ore). Motivo per cui le forze politiche potrebbero neutralizzare la clausola di salvaguardia prevista dall’ultima Legge Bilancio. Venendo ai numeri: si schizzerebbe d’un colpo dal 10 all’11,5% per l’aliquota intermedia; e dal 22 al 24,2% per quella ordinaria. Si salverebbero le aliquote più basse: quella al 5% e quella al 4% degli alimenti di prima necessità (pane, pasta, latte e formaggi, frutta e verdura fresca). Giorgio Lamorgese, presidente di Confesercenti Potenza, calcola che, con l’IVA al 24,2%, ci sarebbe uno stop alla domanda interna: questo farebbe rallentare anche il PIL, con una riduzione di 1,1 punti della crescita stimata del Prodotto Interno Lordo tra il 2019 ed il 2021.

Palla al Governo

Ma quali sono le intenzioni dei politici? C’è un problema: i tempi di approvazione del DEF (Documento di Economia e Finanza) si incrociano con quelli della formazione del nuovo Governo. Che non c’è. Allora tocca al Governo dimissionario mettere nero su bianco che la clausola di salvaguardia non scatterà il 1° gennaio 2019. E sterilizzare il rincaro. Attenzione però: stando ad alcuni conteggi, nel 2019 sarà necessario reperire 12 miliardi di euro e nel 2020 20 miliardi di euro. La situazione è delicata e complessa, mentre i famigerati tagli ai costi della politica centrale e locale non si sono visti.

Auto protagonista

Ovviamente, le ripercussioni di un aumento dell’IVA si avrebbero anche sulle auto (già stracariche di balzelli), sugli accessori, sulla manutenzione, sui pedaggi autostradali e su tanto altro ancora. Nonché sui carburanti. I quali meritano un discorso a parte: su benzina e diesel si pagano le tasse (accise) e poi si paga la tassa sulle tasse (l’IVA del 22%). Due terzi di un rifornimento finiscono in tasca allo Stato. Non solo: si fa largo un’ipotesi che riguarda proprio le accise del carburante. Se la clausola di salvaguardia non scatterà e se quindi l’IVA resterà al 22%, potrebbe esserci a compensare il tutto l'anticipo dell'aumento delle accise sui carburanti prevista per il 1° gennaio 2020: le accise salirebbero il 1° gennaio 2019, per bilanciare il mancato aggravio dell’IVA.

I conti del Codacons

Tra il 2011 e il 2016, dice il Codacons, le accise sulla benzina sono aumentate complessivamente del +29%, mentre quelle sul gasolio sono rincarate addirittura del +46%. Percentuali che salgono rispettivamente al +31% e + 48% se si considera l’aumento dell’aliquota Iva dal 20 al 22%.

Ciliegina sulla torta: le Rc auto più care

Come se non bastasse, le polizze Rc auto rischiano di subire un rincaro. Non deciso dalle compagnie. Ma dalla Consap (una società per azioni italiana controllata dal ministero dell'Economia) che gestisce il Fondo di garanzia vittime della strada. Questo copre i danni da incidenti con veicoli non identificati, non assicurati, rubati o coperti da compagnie fallite. Ed è gravemente in rosso: vedi qui cosa scriveva OmniAuto.it già nel 2012. Automobilista sempre più in versione bancomat.