L’organizzazione non governativa internazionale stimola le Case automobilistiche a creare batterie “etiche” entro 5 anni

L’auto elettrica può essere la soluzione di molti problemi legati all’inquinamento da mobilità (non dell’inquinamento in senso generale, purtroppo, dato che i fattori sono molti e di varia natura: dalle industrie allo smaltimento dei rifiuti) e noi di Motor1 ne siamo fermamente convinti.

Detto questo, le cose devono essere fatte - per citare il Diritto Italiano - secondo il principio della “diligenza del buon padre di famiglia”. Messa così, la questione sembrerebbe scontata, ma i facili entusiasmi legati all’auto a batteria e campagne come quella di Amnesty International (non una lobby del petrolio con forti conflitti di interesse, dunque) dimostrano che un po’ di sensibilizzazione sul tema non guasta.

Le criticità messe in luce dall’organizzazione non governativa in occasione del Nordic Electric Vehicle (EV) Summit di Oslo sono due: diritti umani e sostenibilità ambientale.

Dispositivi elettronici e automobili

Prima di approfondire le richieste di Amnesty International è bene specificare che anche l’industria dell’elettronica deve fornire il suo contributo: smartphone e computer portatili (per citarne solo due), il cui tasso di diffusione e sostituzione è sempre più elevato, si “nutrono” proprio di batterie al litio.

Detto questo, secondo le previsioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, il numero di auto elettriche nel mondo potrebbe toccare quota 220 milioni entro il 2030. Un numero che, com’è facile intuire, acuisce i potenziali problemi.

Una sfida aperta

La questione l’abbiamo già affrontata anche noi di Motor1, ma vale la pena riprenderla: “L’auto elettrica è fondamentale per affrontare la crisi ambientale, ma se non si mette fine al mancato rispetto dei diritti umani il beneficio ambientale rimarrà sempre ‘contaminato’.

L’industria globale che domina il mercato dell’auto ha le risorse e le capacità per creare soluzioni energetiche davvero sostenibili ed etiche.

Noi la sfidiamo a tornare l’anno prossimo qui a Oslo con delle prove concrete di progresso in tal senso”, queste le parole di Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International.

Diritti violati

Naidoo si riferisce in particolare alle gravi violazioni di diritti umani riscontrate nel comparto dell’estrazione dei minerali legati alle batterie al litio.

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In Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, secondo un rapporto del 2016, adulti e bambini lavorano a mani nude (o poco più) in miniera, esposti a grandissimi rischi per la salute. Non solo: incidenti gravi sono purtroppo molto comuni per il mancato rispetto delle minime misure di sicurezza.

Minaccia ambientale

Non è tutto oro anche quello che luccica sotto la luce della sostenibilità ambientale: il rapporto di Amnesty torna infatti su un’altra questione sensibile, in tema di mobilità elettrica.

Un’auto elettrica è pulita allo scarico, questo è certo, ma al di là del fatto che per essere davvero “eco-friendly” l’energia utilizzata per ricaricare le sue batterie dev’essere prodotta da fonti rinnovabili, anche il procedimento stesso di produzione degli accumulatori dev’essere rigoroso.

Batterie auto elettrica e alleanze

I motivi sono due, principalmente: le industrie che le producono (in Cina, Sud Corea e Giappone, soprattutto) hanno una carbon footprint (stima delle emissioni di CO2) molto elevata; secondo, la ricerca di minerali come manganese, cobalto e litio in profondità nei mari mette a repentaglio la biodiversità. Aspetti che non si possono trascurare, se si vuole davvero il bene del nostro pianeta. 

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