Lunga meno di 4 metri e alta meno di 1 metro, è stata presentata nel 1978 con un motore da 145 CV

Nel mondo dell’auto ci sono tanti esempi di scuderie che hanno fatto il grande salto, ovvero lanciare sportive per la strada dopo avere debuttato nel mondo delle corse: Ferrari e McLaren sono i marchi più celebri, ma anche la statunitense Scuderia Cameron Glickenhaus ha seguito questo percorso.

Non ha avuto la stessa fortuna il team giapponese Dome, fondato dal progettista Minoru Hayashi, che dagli anni ’70 gareggia in varie discipline e vanta pure alcune apparizioni alla 24 Ore di Le Mans. Dome provò a fare il grande salto a metà anni ’70, quando annunciò il progetto della sportiva stradale Zero.

Fotogallery: Dome Zero

Lo stile è un omaggio all'Italia

La Dome Zero è una due posti con linee figlie degli anni ’70, perché la sua carrozzeria tutta spigoli trae ispirazione dalle celebri proposte di stile Lancia Stratos Zero (disegnata da Bertone) e Pininfarina Modulo.

E’ alta solo 0,98 metri, e questo incide sulle sue proporzioni: è filante e dà l’impressione di tagliare l’aria. Sono tipici del periodo la sottile parte anteriore, il parabrezza avvolgente e le fiancate che salgono verso la parte posteriore, che a differenza del frontale è tagliato di netto.

Dome Zero

Le portiere si aprono verso l’alto e non mancano i fari anteriori a scomparsa, oltre alle due “creste” che allungano visivamente il tetto verso la parte posteriore. Insieme all’altezza, anche la lunghezza e la larghezza sono decisamente ridotte: la Dome è lunga 3,98 metri e larga 1,77 metri, misure più da utilitaria che non da coupé sportiva.

Solo 145 CV, ma il peso è da "libellula"

La spigolosa carrozzeria della Dome Zero veste un telaio in tubi d’acciaio, con la trazione posteriore e il motore centrale. Quest’ultimo è un 6 cilindri in linea di 2.8 litri, lo stesso delle Datsun 280Z e Nissan 280ZX: ha 145 CV, ma il peso di 920 chilogrammi rende la Zero assai agile e divertente fra le curve.

Dome Zero

La Dome Zero esposta come prototipo al Salone di Ginevra del 1978, ma non entrò mai in produzione per motivi economici e di omologazione, perché non era conforme ai requisiti per la legge giapponese.