Il settore della componentistica automotive italiana non se la passa bene, per gli effetti di una crisi iniziata già prima del terremoto coronavirus, e guarda con speranza alla fusione FCA-PSA, che darà vita al colosso Stellantis, che malgrado faccia presagire un prevalente impiego di piattaforme francesi potrebbe comunque portare una ventata d'ossigeno ai fornitori nostrani.

Questo è quanto emerge dal report dell'Osservatorio sulla componentistica auto italiana realizzato dalla Camera di Commercio di Torino in collaborazione con ANFIA (Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica) e il Center for Automotive and Mobility Innovation (CAMI) del Dipartimento di Management dell’Università Ca’ Foscari Venezia.

La crisi prima della pandemia

I dati di ANFIA all’interno del report mostrano una situazione allarmante per quanto riguarda in generale il settore automotive. Se a livello globale il 2019 ha fatto registrare un calo allarmante della domanda e della produzione di autoveicoli del 4,5% e del 5,2%, in Italia i dati si mantengono stabili almeno per quanto riguarda la domanda (+0,6%) ma si registra un calo drastico nella produzione con un -13,9%.

Numeri impressionanti, che dimostrano come il settore auto mostrava già segnali di crisi nel 2019 che sono stati amplificati a dismisura con la pandemia di coronavirus. A livello mondiale si prevede infatti un calo globale nella produzione del 17% nel 2020 mentre in Italia il dato potrebbe essere ancora più pesante vista la contrazione del 46,7% considerando solo il semestre gennaio-giugno 2020.

Male anche la componentistica

Anche il settore della componentistica auto italiana, che comprende 2.198 imprese (tra cui fornitori di moduli, specialisti, subfornitori, attività di Engineering & Design, motorsport, infomobilità e mobilità elettrica) mostra notevoli segnali di sofferenza, con un fatturato sceso nel 2019 del 3,9%, a 49,2 miliardi di euro.

Nel report dell’Osservatorio sono stati analizzati i dati di 458 imprese, il 94% delle quali è attiva nel settore da più di 5 anni. I risultati emersi mostrano un trend negativo per la maggior parte dei segmenti con l’aumento dal 35% dell’anno scorso al 59% delle attività con giro d’affari diminuito, mentre le attività che dichiarano invece un fatturato in espansione sono scese dal 54% del 2018 al 33%.

Tra gli altri fattori determinanti del 2019 troviamo l’aumento dal 69% al 73% delle aziende che utilizza parte del fatturato per il finanziare la ricerca e lo sviluppo, l’incremento al 29,5% delle imprese che hanno come posizionamento principale quello dei veicoli elettrici o ibridi e un aumento di aziende che hanno partecipato a progetti di sviluppo di powertrain elettrificati.

Il ruolo di FCA

Nonostante FCA abbia un grosso peso sul settore della componentistica auto (73%),e si sia impegnata a sostenere la filiera italiana (che è anche un vincolo impostole per l'ottenimento del prestito avuto lo scorso giugno con garanzia del Governo), la dipendenza dal gruppo italo-americano ha fatto registrare il valore più basso degli ultimi 5 anni, dimostrando come il mercato estero stia diventando sempre più importante.

Ad aumentare la situazione di stallo con l’indecisione sulle scelte prese per il futuro, c’è l’accordo tra FCA-PSA per la costituzione del Gruppo Stellantis. Malgrado diversi modelli siano destinati a nascere su piattaforme del Gruppo francese, il 73% delle imprese intervistate pensa che questa sia comunque un’operazione favorevole grazie all’aumento dei volumi di fornitura con le piattaforme comuni e alla presenza su più mercati.

Il focus sul Covid-19

Vista la situazione d’emergenza sanitaria ed economica dovuta alla pandemia di Coronavirus, il report annuale sulla filiera della componentistica italiana è stato arricchito da un’ulteriore indagine, svolta dal CAMI dell’Università Cà dei Foscari di Venezia nei mesi da luglio a settembre. L’obiettivo era quello di valutare non solo l’impatto della crisi ma anche le previsioni e le strategie future della imprese.

I risultati dell’indagine, condotta su un campione di 228 imprese, sono tutt’altro che incoraggianti. A questo bisogna aggiungere che l’indagine è stata svolta prima della seconda ondata di coronavirus che sta mettendo di nuovo in ginocchio l’economia del Paese. Tornando ai numeri, con la prima ondata di pandemia circa il 60% delle imprese contattate ha dichiarato di aver chiuso l’attività per 1/2 mesi con una conseguente crisi di liquidità.

Il 44%, inoltre, ha avuto difficoltà negli approvvigionamenti mentre il 50% per contrastare la crisi ha deciso di modificare i processi produttivi tramite il riposizionamento delle attività, la reingegnerizzazione e l’utilizzo dell’automazione nelle linee produttive.

In linea generale il 90% delle imprese contattate prevede una diminuzione nel fatturato, negli ordini nazionali ed esteri e nell’occupazione con percentuali che variano dal 20 al 50%. Secondo la maggior parte delle aziende sono necessari interventi mirati del Governo sugli incentivi alla domanda e l’estensione della cassa integrazione.