La sostenibilità non è "solo ambientale, ma anche economica e sociale". Per questo la decisione dell'UE di mettere al bando i carburanti tradizionali dal 2035 è "ideologica" e tutt'altro che "equilibrata", anche perché mette a rischio la sicurezza energetica, già in parte compromessa dalle politiche miopi che l'Europa ha adottato a "negli ultimi 10-15 anni".

A Claudio Spinaci, presidente dell'Unem, l'Unione energie per la mobilità (ex Unione Petrolifera), le scelte prese a Bruxelles e dintorni in tema di "Fit for 55" non vanno ovviamente a genio. Almeno non del tutto. D'accordo gli obiettivi, condivisibili, ma la decisione "di mettere fuori mercato i carburanti tradizionali, di dichiarare fuori legge tutto quello che non è trazione elettrica è errore gravissimo. Perché non differenzia le fonti, gioca tutto su un tavolo, non prevede che quanto è stato programmato possa non realizzarsi, generando costi enormi, e di fatto determina la distruzione di intere filiere senza crearne altre".

L'idea "alternativa"

La soluzione potrebbe essere quella di dare più spazio ai carburanti alternativi, a basse emissioni di carbonio (Lcf, Low carbon fuel). Certo, ammette Spinaci, si tratta "di tecnologie non ancora mature perché costose, ma che devono correre di pari passo con lo sviluppo tecnologico". E che vanno considerate e sostenute verso la loro "progressiva transizione per la decarbonizzazione dei processi e dei prodotti".

Ma questo non sembra essere negli obiettivi dell'Unione europea. Anche l'apertura verso i carburanti alternativi, con una finestra di valutazione al 2026, è per Spinaci "una foglia di fico che non basta a nascondere la volontà di mettere fuori mercato per legge filiere industriali strategiche che oggi assicurano oltre il 90% della domanda di mobilità".

L'Unem non si limita solo a prendere una posizione in linea con le sue funzioni. Ha elaborato con il Rie di Bologna uno scenario alternativo, rispetto a quello adottato da RSE, che "traguarda un maggiore sviluppo dei Lcf e una più realistica penetrazione dei veicoli elettrici (3,4 milioni equamente ripartiti tra elettriche pure e plug-in rispetto agli oltre 7 milioni previsti da RSE)". In questo caso, la diversa composizione del parco auto al 2030, lascerebbe il saldo invariato tra i due studi, con le auto tradizionali e ibride che passerebbero dai 23,8 milioni stimati da RSE a 27,5 milioni.

L'importante, per Spinaci, è garantire quella sicurezza energetica che le scelte controverse dell'Europa, più gli effetti della guerra e lo sfavorevole cambio euro/dollaro, stanno mettendo in difficoltà. La precipitosa "penalizzazione delle fonti tradizionali" e la miopia nel non riconoscere che a livello internazionale la ripresa della domanda di energia aveva superato capacità di produzione già nel 2021, hanno creato difficoltà nell'affrontare il problema della disponibilità di greggio e anche di prodotti finiti, con la progressiva riduzione del numero di raffinerie. Insomma, l'Europa e il mondo occidentale pagano oggi il "ridotto interesse per una fonte di energia assolutamente essenziale almeno per i prossimi 20-30 anni".

Il risultato, insieme agli altri fattori esogeni, è in Italia una fattura energetica che nel 2022, secondo le stime Unem, sarà praticamente raddoppiata a 90 miliardi di euro (+93% sul 2021), pari a +44,5 miliardi soprattutto per effetto del rincaro monstre del gas.