Fare affari con l'inflazione? (si può). Negli Stati Uniti il mondo dell'auto sta registrando un fenomeno mai visto prima: l'inflazione al +7%, il livello più alto degli ultimi quarant'anni, e la scarsità di auto nuove nelle concessionarie fa sì che alcune persone riescano a vendere la loro auto usata a prezzi superiori a quanto speso per comprarla anche solo un paio di anni fa.

Secondo quanto riportato dalla France Press, il giornalista giapponese Masaki Kondo ha rivenduto per 62.000 dollari la sua Chevrolet allo stesso dealer di Gaithersburg (Maryland - USA) dove l'aveva acquistata, guadagnando 2.000 dollari (circa 1.750 euro al cambio attuale). Si tratta di una tendenza di mercato totalmente inedita, come ricorda alla stessa agenzia Aurelien Guillaud, proprietario della concessionaria Arlington Auto Group (AAG) in Virginia.

L'auto usata è richiestissima (e strapagata) negli USA

La situazione è spiegata ancor meglio da Eddy Malikov, amministratore di AAG, che dice:

"Rispetto a un anno fa riusciamo a comprare la stessa auto a 20.000 dollari anziché a 16.000 dollari, ma poi la rivendiamo a 24.000 dollari."

Un altro esempio citato dallo stesso Malikov è quello di un loro cliente che ha comprato l'auto nel 2019 spendendo 21.000 dollari e l'ha rivenduta due anni e 16.000 chilometri dopo riottenendo indietro i suoi 21.000 dollari.

Pare addirittura che alcuni privati si siano spinti a comprare un'auto per poterla rivendere poche settimane dopo guadagnandoci sopra delle belle cifre, proprio per rispondere a quella "fame" di auto che attanaglia il mercato nordamericano. Ricordiamo infatti che la carenza di microchip ha ridotto i ritmi produttivi di auto nuove e ha quasi svuotato gli showroom degli Stati Uniti, facendo esplodere la richiesta di auto usate.

Grandi affari anche in Italia?

La domanda che può sorgere spontanea è questa: potrebbe ripetersi anche in Italia una simile corsa alla vendita delle auto usate con relativi profitti? In realtà non è facile rispondere al quesito, vista le diversità peculiari dei due mercati separati, non solo metaforicamente, da un oceano. Al momento sembrano però non esserci tutti i requisiti per il ripetersi del fenomeno qui da noi.

Innanzi tutto c'è un livello d'inflazione più basso che negli USA, con l'Italia che viaggia al +3,9% come media tendenziale a dicembre su base annua (ben oltre l'obiettivo del 2% della BCE). Parliamo dell'aumento più ampio dal 2012, ma con questo trend dei prezzi al consumo siamo ancora un po' lontani dal +7% degli Stati Uniti. Anche guardando alla cosiddetta "inflazione di fondo" italiana, quella cioè al netto dei beni energetici e degli alimentari freschi, che è pari al +1,5%, notiamo una certa distanza dall'ancor più "galoppante" dato USA del +5,5%. 

Analizzando poi nel dettaglio la crescita dei prezzi delle auto nuove vediamo che negli Stati Uniti siamo al +11,8% contro il +2,4% dell'Italia. Anche l'andamento dei prezzi delle auto usate ha raggiunto negli USA un livello record, pari al +37,3%, mentre le ultime indicazioni italiane di ottobre 2021 parlano di un +0,9% (fonte Osservatorio Autopromotec).

Un boom destinato a esaurirsi

In attesa di vedere se il mercato italiano si muoverà sulle orme di quello americano, possiamo però riferire di un recente studio della KPMG riguardo l'attuale congiuntura del mercato USA. L'analisi avverte che questo boom sarà probabilmente seguito da un crollo, una frenesia del mercato di seconda mano che si spegnerà quando verranno risolti i problemi di approvvigionamento dei microchip e i piazzali dei rivenditori torneranno a riempirsi di auto nuove. Non è però possibile sapere se questo calo, stimato nell'ordine del 30% rispetto ad oggi, sarà rapido o graduale.