Tutti ricordano la Berlina del ragionier Fantozzi, ma questa macchina è un’idea vincente di un’Italia che rinasce

Chi l’ha conosciuta solo tramite Fantozzi (in versione Berlina), ne porta probabilmente un ricordo “sfigato”, proprio come era caratterizzato il celebre personaggio interpretato da Paolo Villaggio, recentemente scomparso. L’Autobianchi Bianchina, però, è molto di più della macchina del ragionier Ugo. E’ innanzitutto la variante più lussuosa, oggi diremmo cool, della Fiat 500. Non è un caso che quando nasce, nel 1957, è disponibile solo con carrozzeria Trasformabile: tetto apribile in tela e cromature sparse in ogni dove. Nel corso degli anni - rimane sul mercato fino al 1969 - viene modificata, anche pesantemente, diverse volte. La versione fantozziana, per esempio, è la Berlina del 1962. In dodici anni di carriera, il successo dell’utilitaria milanese non è certo travolgente, come testimoniano i numeri: sono meno di 70.000 gli esemplari venduti. E dire che l’inizio è molto promettente: nei primi mesi di commercializzazione, la Bianchina supera persino la più economica, ma forse troppo spartana, 500.


Il legame con Fiat



Prima di continuare con il racconto della Bianchina, un piccolo ripasso sulla storia della Autobianchi. L’azienda nasce nel 1885 come Fabbrica Italiana di Velocipedi Bianchi, ma nel periodo delle due Guerre Mondiale produce anche auto, moto e autocarri: le commesse belliche hanno fatto un gran bene alle casse della società, che però sente il bisogno di evolversi e di crescere. Ecco dunque che il timoniere di quel periodo, Ferruccio Quintavalle, convince Giuseppe Bianchi, Alberto Pirelli (figlio di Giovan Battista Pirelli, il fondatore dell’azienda di pneumatici) e un giovanissimo Gianni Agnelli in un nuovo progetto: l’11 gennaio 1955, con un capitale iniziale di tre milioni di lire, nasce la Autobianchi, un nuovo marchio automobilistico, con sede a Desio.


La “prima” al Museo della Scienza e della Tecnica



Siamo nel settembre del 1957 quando, dai capannoni di Desio, la prima auto della Autobianchi esce in direzione Milano, precisamente verso il Museo della scienza e della Tecnica. Come accennato sopra, si tratta di una citycar di (piccolo) lusso, che grazie alle pinne posteriori ricorda le macchine d’oltreoceano e che la maggior parte degli italiani può vedere solo nei film americani. Rispetto alla 500 migliora prima di tutto la cura per i dettagli, che ne fa, in pratica, la prima utilitaria chic della storia. In confronto alla "cugina" Fiat ci sono poi l’impianto di riscaldamento più efficace (e ci vuole poco, a dirla tutta…), mentre il vero limite, anche rispetto alla cugina torinese, è l’assenza di spazio sotto il cofano anteriore.


Perché pagarla tutta subito se si può pagarla a rate?



Oggi siamo abituati ai finanziamenti e a un sacco di formule alternative all’acquisto. Sessant’anni fa, molto meno. Ecco perché la formula studiata dalla Autobianchi stupisce. E convince. In pratica, grazie al finanziamento Fiat SAVA, era possibile acquistarla in “30 rate”, ognuna pari a poco più di 20.000 lire al mese. Una formula, quella del pagamento rateale, che permette agli italiani di “sognare”, di concedersi lussi ai quali, diversamente, non avrebbero avuto accesso. Lussi come quelli regalati dalle cromature e dalla “frivolezza” della Bianchina rispetto alla 500. Come scritto sopra, il successo iniziale della Bianchina supera le aspettative e, per questo motivo, fioccano versioni e declinazioni come la 4 posti, la Cabriolet, la Sport, la Furgoncino e la Panoramica, la station wagon simile alla 500 Giardiniera. Un capitolo a parte lo merita quest’ultima, perché è quella che comporta il maggior sforzo tecnico ed economico, dal momento che il passo viene allungato di 10 cm e, per lasciare quanto più spazio possibile all’interno, il motore è a sogliola è ruotato di 90°.

Fotogallery: Autobianchi Bianchina, altro che fantozziana