La diffusione sempre maggiore delle auto elettriche, previsto anche dal nuovo pacchetto climatico "Fit for 55" proposto dalla Commissione europea per raggiungere gli obiettivi del Green Deal, mette a rischio mezzo milione di posti di lavoro nell'industria dell'auto.

L'allarme viene lanciato da Clepa, l'associazione europea della componentistica auto, che calcola da oggi al 2040 la possibile perdita di 501.000 posti di lavoro attualmente attivi nella produzione di componenti per motori a combustione interna. Ancor più preoccupante è la velocità stimata per la sparizione di questi lavoratori che in cinque anni (2030-2035) saranno considerati obsoleti nel 70% dei casi (359.000 persone). Ma andiamo con ordine, perché la questione è molto più articolata di quanto possa apparire a colpo d'occhio e accanto ai posti persi potrebbero anche essercene di nuovi, diversi rispetto al passato.

Tre scenari, tre problemi diversi per l'industria dell'auto

Il calcolo di Clepa, basato su un'ipotetico scenario intermedio in cui le norme europee favoriranno entro il 2035 la produzione di sole auto elettriche, full hybrid ed Euro 7 (con un milione di punti di ricarica elettrica), valuta contestualmente anche la creazione di 226.000 nuovi posti di lavoro per la produzione di componenti per auto elettriche con la nascita di un'industria europea delle batterie.

In questo modo il bilancio finale stimato dai componentisti europei fa segnare una perdita netta di posti di lavoro a quota 275.000 entro il 2040 (501.000-226.000), ovvero il 43% dell'attuale numero di impiegati nel settore che si occupa di parti e forniture per auto.

Gli altri due scenari valutati dallo stesso studio prevedono un mercato futuro fatto da un mix di auto tradizionali, mild hybrid, full hybrid ed elettriche e un'altra situazione in cui invece le vetture a combustione interna sono costrette all'estinzione. Nel promo caso i posti di lavoro a rischio scendono a quota 4.000, mentre nel secondo, "non sostenibile per l'intera industria e la società" i lavoratori scomparsi salirebbero a 364.000 nel quinquennio 2025-2030.

L'Italia?

Il problema sollevato da Clepa riguarda in particolar modo l'industria della componentistica che non avrebbe la stessa capacità e agilità (e neppure l'accesso ai capitali) dei Costruttori nel compensare il cambio delle attività imposto dalla transizione energetica, ma che è legata invece a contratti di lungo termine con gli stessi gruppi automobilistici e composta da centinaia di piccole e medie imprese.

In particolare, secondo l'associazione, gli ipotizzati effetti negativi del Green Deal sulla produzione automobilistica potrebbero farsi sentire nei sette principali Paesi produttori di parti per auto, vale a dire Germania, Spagna, Francia, Italia, Repubblica Ceca, Polonia e Romania. I Paesi dell'Europa centrale e dell'Est rimarranno invece più legati alla produzione di auto tradizionali con motori a combustione interna. In particolare il settore della componentistica auto in Italia vedrebbe un taglio dei lavoratori, nello scenario intermedio, da 74.000 a 15.000 (2020-2040), con una perdita del 79,7%.

A questo riguardo interviene anche l'italiana Anfia, l'Associazione nazionale filiera industria automobilistica, che per voce del suo vice presidente Marco Stella aggiunge:

La filiera della componentistica ha oggi in Italia un peso economico e occupazionale rilevante, considerando che i prodotti di questo comparto sono esportati e apprezzati in tutto il mondo – il saldo della bilancia commerciale è positivo per circa 5,5 miliardi di euro l’anno. La catena di fornitura italiana ed europea è fortemente integrata a livello internazionale, una caratteristica di cui l’approccio europeo alla decarbonizzazione della mobilità deve tener conto, ricordando l’importanza strategica di difendere la competitività del settore per il futuro della nostra industria e, in definitiva, delle nostre economie.
Sostenere  i produttori di componenti in Italia nell’affrontare la transizione verso la mobilità a zero emission significa anche comprendere le attuali difficoltà del 30% circa di essi, che sono ancora concentrati sulle tecnologie dei motori a combustione interna e, in generale, delle PMI, che rappresentano la maggioranza del comparto, nel farsi carico di ingenti investimenti nel giro di pochi anni."

Non solo elettrico

Lo stesso studio commissionato da Clepa a Pwc Strategy& considera come essenziale la creazione di una catena produttiva europea delle batterie per auto, che però richiederà competenze diverse da distretti produttivi diversi, andando a colpire i piccoli e medi produttori locali. Studi precedenti di Clepa avevano anche sottolineato il fatto che i nuovi lavori per la produzione di batterie saranno per lo più destinati a lavoratori con titoli di studio di livello superiore o universitario e meno agli operai che ora costruiscono i motori delle auto.

Il segretario generale di Clepa, Sigrid de Vries, commenta così i risultati della ricerca e le possibili soluzioni:

"Un approccio aperto e tecnologico dovrebbe includere una rapida elettrificazione con energia pulita e rinnovabile, unita alla combustione pulita e ai carburanti sintetici sostenibili. Ci sono altre soluzioni al di là delle emissioni zero allo scarico e dobbiamo riconoscere il ruolo che i carburanti climaticamente neutri possono giocare nella riduzione delle emissioni, nel mantenere la varietà di scelta per i clienti e nel sostenere la competitività globale dell'Europa. La tecnologia non è il nemico, ma piuttosto i combustibili fossili, e un'apertura tecnologica sarà l'elemento chiave per una transizione giusta."

C'è chi la pensa diversamente

Detto del punto di vista di Clepa, occorre però riportare quanto già detto dalla Commissione europea al lancio della European Battery Alliance, il grande progetto per una catena di valore continentale che possa rendere l'Europa leader globale nella la produzione e uso sostenibile delle batterie per auto elettriche. Dal 2017 la Ue ha avviato un piano strategico che coinvolge stati e industrie europee e a partire dal 2020 ha lanciato l'Automotive Skills Alliance che intende supportare le iniziative nazionali e regionali per la riqualificazione e l'aggiornamento dei lavoratori dell'auto per una transizione ecologica, digitale e duratura. Per ottenere questo risultato sono già stati avviati i progetti Albatts, Cosme e Drives.

Di segno opposto a quello di Clepa è poi la previsione fatta da Platform for Electromobility, un gruppo composto da organizzazioni e aziende che promuove la mobilità elettrica presso le istituzioni europei e gli stati membri. Secondo uno studio commissionato da quest'associazione a Boston Consulting Group, il bilancio tra posti di lavoro persi e nuovi posti di lavoro sarà neutro anche con la transizione all'elettrico, con un sostanziale mantenimento del numero di lavoratori nel settore auto (attorno ai 5,6 milioni di impiegati) dal 2020 al 2030.

A cambiare dovrà essere invece la specializzazione dei lavoratori, sempre compresa in un sistema di riqualificazione delle competenze che non dovrà lasciare indietro nessuno dei lavoratori coinvolti nella catena produttiva. Cruciale per superare questa difficile fase di transizione, ricorda sempre Platform for Electromobility, sarà una stretta collaborazione tra l'industria e la politica.