Alfa Romeo Canguro, la più sfortunata tra le Giulia
Distrutto nel corso di un test-drive, il concept del 1964 è stato alla base della Montreal prodotta negli Anni ‘70
Una Giulia decisamente diversa dalle altre. È questa la storia dell’Alfa Romeo TZ Bertone Canguro, un concept prodotto nel 1964 dalla carrozzeria Bertone, utilizzando il telaio a struttura tubolare della Giulia TZ da corsa.
Andata distrutta nel corso di alcuni test per la stampa, la Canguro ha impiegato oltre 40 anni per tornare a far parlare di sé.
Compatta e veloce
Sotto al cofano dell’Alfa Romeo troviamo un motore a quattro cilindri da 170 CV erogati a 7.500 giri al minuto e accoppiato al cambio manuale a 5 rapporti e alla trazione posteriore.
Alfa Romeo Canguro Concept, la vista di tre quarti anteriore
Un elemento distintivo dell'Alfa Romeo Canguro è rappresentato dalle superfici vetrate incollate alle cornici della carrozzeria, una soluzione innovativa per l'epoca, ispirata al mondo dell'aeronautica. Grazie a questa tecnica, gli ingegneri sono riusciti a ridurre l'altezza dell'auto a soli 1,05 metri, mentre la lunghezza è di appena 3,90 metri (meno di una Toyota Yaris moderna).
L’addio e la rinascita
Il prototipo della Canguro disegnato da Giorgetto Giugiaro viene presentato durante il Salone di Parigi del 1964. Sfortunatamente, però, la show car viene distrutta durante un test sulla pista di Monza.
Il progetto viene successivamente abbandonato da Alfa Romeo perché ritenuto troppo sportivo e - soprattutto - costoso per la produzione in serie. Così, Bertone inizia a lavorare sull’evoluzione stilistica dello stesso prototipo, tanto che, secondo alcuni esperti, la Canguro potrebbe essere stata la base di partenza per i prototipi del modello Montreal.
Alfa Romeo Canguro Concept, la vista di tre quarti posteriore
Per quanto riguarda il concept, la sua storia è piuttosto tormentata. Rimasta per 10 anni all’interno di un deposito in attesa della demolizione, viene scoperta da un collezionista tedesco, che acquista l’auto con l’obiettivo di restaurarla da cima a fondo.
Considerata l’assenza del motore e di molte altre componenti, l’opera si dimostra complessa, tanto che i lavori vengono completati da un proprietario successivo – un collezionista giapponese -, il quale si fa supportare dal Museo Alfa Romeo.
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