Interceptor: la storia della coupé britannica che ha fatto scuola
Dal progetto P66 del 1964 alla cabrio del 1974, undici anni di Interceptor e 7.200 esemplari, con FF e SP come modelli derivati
Pochi la conoscono davvero, ma molti l’hanno vista almeno una volta in collezioni di carte automobilistiche o modellini: 60 anni fa la casa britannica Jensen presentava la sua nuova Interceptor. Oggi, con il 2026 che dovrebbe segnare la presentazione di una nuova gran turismo ispirata proprio a lei, vale la pena ripercorrere la storia di questa celebre gran turismo prodotta tra il 1966 e il 1976.
Iniziamo dal nome “Interceptor”, che significa letteralmente “caccia intercettore”. Il termine era già stato utilizzato nel 1950 per un modello precedente, oggi conosciuto come Early Interceptor. La nuova Interceptor, oltre a segnare un’epoca per Jensen, ha poi fatto da base tecnica e concettuale per altri modelli, tra cui la Jensen FF, una delle prime vetture con trazione integrale, e la più potente Jensen SP.
Nata su commissione
Jensen Motors nasce come carrozzeria britannica, specializzata in lavori su commissione per grandi produttori. Dagli Anni ’50 realizza carrozzerie per l’Austin-Healey, mentre nello stesso tempo produce in piccola serie sportive con il proprio marchio, spesso basate su componenti di serie.
Negli Anni ’60 il riferimento principale è la Jensen C-V8, coupé di fascia alta con motore Chrysler V8, che però, nonostante il progetto ambizioso, non ha successo commerciale, in parte per la carrozzeria disegnata da Eric Neale, giudicata ormai superata.
A partire dal 1964, Jensen inizia a progettare un erede e nel 1966 nasce la Interceptor, frutto di un percorso travagliato: da un lato i fondatori Richard e Alan Jensen, dall’altro il management della Norcros Group, proprietaria della maggioranza dal 1957. Decisivo è l’ingegnere Kevin Beattie, che diventa direttore tecnico e guida lo sviluppo.
Fotogallery: Jensen Interceptor (1971)
All’inizio Jensen lavora sul progetto P66, una concept car pensata per posizionarsi sotto la C-V8. La vettura però non convince: Norcros la giudica troppo piccola, mentre Kevin Beattie la considera troppo conservativa. La casa decide allora di puntare sul modello erede della C-V8, nello stesso segmento di mercato, prendendo ispirazione da competitor come Aston Martin e Gordon-Keeble, che affidano le loro carrozzerie a studi italiani.
Beattie incarica la Carrozzeria Touring di Milano per disegnare la nuova Interceptor, mentre contemporaneamente vengono realizzati bozzetti da Vignale e Ghia. Il management di Norcros sceglie il progetto di Touring, nonostante l’opposizione dei fratelli Jensen e del designer Eric Neale, che abbandonano l’azienda. Il primo prototipo viene realizzato da Vignale e presentato all’Earls Court Motor Show nell’ottobre 1966.
La Interceptor resta in produzione per undici anni, con circa 7.200 esemplari distribuiti su tre serie. La produzione è spesso complicata da problemi economici, soprattutto dopo la fine degli ordini per l’Austin-Healey.
All’inizio degli Anni ’70 l’imprenditore statunitense Kjell Qvale rileva l’azienda, ma non sviluppa un ulteriore modello erede. Dopo la prima crisi petrolifera, Jensen dichiara fallimento nel 1975 e chiude definitivamente la produzione nel 1976.
Design e motori
La Interceptor si distingue dalla C-V8 per la carrozzeria in acciaio e per le tre varianti principali. La più famosa è la coupé a due porte con coda filante e grande lunotto panoramico che funge anche da portellone, soprannominata "Goldfish Bowl". Su questa base nasceranno una cabriolet e una coupé a tre volumi. Tutte le versioni speciali, aperte o chiuse, derivano dalla terza serie.
Il telaio è un traliccio tubolare progettato da Beattie. L’avantreno ha doppi bracci trasversali con molle elicoidali, mentre il retrotreno utilizza un ponte rigido con balestre e barra Panhard. I motori sono sempre V8 Chrysler: inizialmente da 6,3 litri e 325 CV, poi un 7,2 litri da 285 CV, abbinati prevalentemente a un cambio automatico TorqueFlite a tre rapporti; il cambio manuale a 4 marce resta raro.
La prima serie (1966) non prevede servosterzo e aveva paraurti bassi. La seconda (1969) aggiorna la calandra e alza i paraurti. La terza serie (1971) introduce cerchi in lega, interni rinnovati e motore più potente, ma le nuove norme sulle emissioni ridussero leggermente le prestazioni.
Nel 1974 debutta la cabriolet, basata sulla terza serie, con tetto idraulico e destinata soprattutto al mercato statunitense. Ne vengono prodotti tra 467 e 508 esemplari.
La versione più rara è la coupé a tre volumi, realizzata nel 1975 su base cabriolet con tetto fisso di Panther Westwinds: ne esistono solo 46-54 esemplari.
La Interceptor ha generato anche modelli collegati come la Jensen FF, tra i primi con trazione integrale, e la Jensen SP, con motore 7,2 litri e tre doppie carburatori da 385 CV. L’elevato consumo e la manutenzione complessa ne limitarono la diffusione. In totale, considerando SP e prototipi, furono prodotti 6.640 Interceptor e derivati.
Ora non resta che aspettale la nuova Interceptor, continuate a seguirci per scoprirla!
Fotogallery: Jensen FF (1967)
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