Sono lunghe 3,4 metri, hanno motori 660 cc, ma godono di benefici fiscali. Farebbero anche al caso nostro?

Tutti le chiamano kei-Car o K-car e sono il sinonimo di “kei jidōsha” che in giapponese vuol dire “auto leggera”. Sono le mini auto che impazzano nel paese del Sol Levante e a fronte di limitazioni che riguardano il motore e le dimensioni, pagano meno tasse che qui si basano su peso, cilindrata e prezzo della vettura. Una kei-car è lunga massimo 3,4 metri, larga 1,48 metri e ha un motore con una cilindrata e una potenza massima rispettivamente di 660 cc e 47 kW pari a 64 cv.


Una specialità tutta giapponese


Dunque, se andate in un salone per vedere una kei-Car, l’unico posto possibile è Tokyo e l’edizione di quest’anno non ha fatto certo mancare novità al proposito, sia per i modelli di serie, sia per i concept, sia per le soluzioni di mobilità collegate a questo tipo di vetture, in particolare per agevolare disabili e persone anziane. Qualcuna ha la forma di auto normali, come nel caso della Daihatsu D-Base, concept che anticipa una delle vetture del marchio che fa parte del gruppo Toyota, ha lasciato il mercato europeo nel 2013 e per un periodo aveva sul listino italiano una kei-car come la Move e lo stesso è successo con la Suzuki Wagon R+ che è stata venduta anche come Opel Agila. Le kei-car sono anche sportive: basti pensare alla Daihatsu Copen e, più recentemente, alla Honda S660 e alla Mitsubishi i arrivata da noi in versione elettrica i-MiEV e poi rimarchiata anche come Citroën e Peugeot.


Grandi idee lunghe 3,4 metri


E sono Daihatsu e Suzuki che al Salone di Tokyo la fanno da padrone, pur se ci sono altri marchi presenti in questo particolare segmento come Honda, Mitsubishi e Nissan (che le producono insieme). Daihatsu è quella però che gioca di più sul tema con altri ben 3 concept studiati per scopi diversi. La Hinata, ad esempio, è fatta per portare passeggeri come una normale vettura monovolume, la Tempo invece sembra fatta apposta per un lavoro ambulante con tanto di anta laterale e banco per servire, ma la più incredibile è la Noriori: un piccolo bus con ruote piccolissime per sottrarre il minor spazio possibile, tetto altissimo – sulle kei-car non c’è limite –, piano basso e porte scorrevoli, abbastanza per ospitare 4 passeggeri seduti e altri ancora in piedi. Il nome vuol dire “su e giù” e rende benissimo l’idea. Anche Suzuki si concentra sulle kei-car da lavoro e riesce a mettere in soli 3,4 metri un pick-up denominato forse un po’ pomposamente Mighty Deck, ma che convince per lo stile accattivante e l’abitacolo provvisto di una plancia moderna e tetto apribile.


Modello da esportazione?


Sarebbe curioso sapere che cosa ne pensano gli americani di un pick-up così piccolo, ma di sicuro le kei-car farebbero comodo anche agli europei per circolare nei grandi centri urbani e anche i piccoli motori di 660 cc potrebbero tornare utili o le kei-car essere equipaggiate di motori elettrici come la i-MiEV: il rapporto altezza/larghezza sarebbe l’ideale per piazzare in basso la batteria e abbassare il baricentro. Ma ad impedirne il ritorno da noi sono in definitiva le normative sulla sicurezza poiché le kei-car dovrebbero essere progettate all’origine in modo diverso ed equipaggiate di tutti i dispositivi ormai indispensabili anche per auto più piccole. Avrebbero bisogno, in definitiva, di un regime diverso con il rischio di fare un buco nell’acqua. Forse non è il caso…

Salone di Tokyo 2015, lo specchio e la vetrina di un paese

Foto di: Nicola Desiderio