Da una parte le elezioni europee e la possibilità di una retromarcia sullo stop a benzina e diesel dal 2035; dall’altra l’indagine anti-dumping contro gli incentivi all’industria dei veicoli elettrici in Cina: le prossime settimane promettono di essere uno spartiacque per la transizione dell’auto nel Vecchio Continente.

Due certezze (o quasi) emerse con maggior evidenza nei giorni scorsi, quando il presidente cinese Xi Jinping è volato a Parigi per incontrare l’omologo francese Emmanuel Macron e celebrare il 60° anniversario delle relazioni diplomatiche fra i rispettivi Paesi. Ma non solo.

Difesa contro l’onda cinese

La trasferta è stata anche occasione per un faccia a faccia con la presidente Ursula von der Leyen e fare il punto sui rapporti fra Cina ed Europa, con la numero uno della Commissione che ha tenuto la barra dritta: “Abbiamo discusso anche degli squilibri (tra le due regioni, ndr), che rimangono significativi; motivo di grande preoccupazione”.

MG4

MG4 in carica

“Difenderemo le nostre aziende ed economie. Non esiteremo mai a farlo, se necessario”, sono state le sue parole, suonate come una minaccia e condite poi da altri particolari: “I prodotti sovvenzionati dalla Cina, come i veicoli elettrici o l’acciaio, stanno inondando il mercato europeo”.

“Allo stesso tempo, la Cina continua a sostenere massicciamente il suo settore manifatturiero. In combinazione con una domanda interna che non aumenta, il mondo non può assorbire la produzione in eccesso della Cina. Pertanto, ho incoraggiato il Governo cinese ad affrontare queste sovraccapacità strutturali. Allo stesso tempo, ci coordineremo da vicino con Paesi del G7 ed economie emergenti che sono sempre più colpite dalle distorsioni del mercato cinese”.

Dazi a luglio?

E qui entra nuovamente in gioco l’inchiesta di Bruxelles sui sussidi elargiti da Pechino alle Case locali. È stato il vicepresidente Valdis Dombrovskis a tornare e aggiornare sull’argomento in un’intervista a Politico: per le tariffe punitive “ci si può aspettare i prossimi passi prima della pausa estiva”.

A quel punto – si parla di maggio per le mosse preliminari e novembre per quelle definitive – scatterebbero degli eventuali dazi doganali aggiuntivi, al vaglio della Commissione per compensare le differenze nell’import-export fra Europa e Cina, coi Costruttori del Vecchio Continente che pagano tasse del 25% e quelli asiatici che godono di un tributo pari ad appena il 10%.

BYD Seagull

BYD Seagull

Tutti li vogliono

Una mossa che costringerebbe le Case cinesi ad aprire nuovi stabilimenti in Europa. Un po’ come fatto da BYD, che – sotto la lente di Bruxelles insieme a Geely e Saic – ha già annunciato un impianto per auto elettriche in Ungheria, pronto alla produzione nel 2026. E intanto gli Stati membri dell’Unione fanno a gara per attrarre investimenti dal Dragone.

“La Francia accoglie con favore tutti i progetti industriali. BYD e l’industria automobilistica cinese sono le benvenute in Francia”, ha dichiarato il ministro transalpino Bruno Le Maire durante la trasferta di Xi all’Eliseo.

Lo stesso Costruttore di Shenzen era stato corteggiato dal Governo italiano nei mesi scorsi, salvo poi chiudere le porte alla Penisola; un “no, grazie” ribadito anche a Motor1: “Non c’è alcun dialogo in corso”, le parole dell’executive vicepresident Stella Li. Una seconda fabbrica europea potrebbe perciò nascere in Italia oppure “Spagna, Francia o Germania. Vedremo”.