Chiunque abbia fatto rifornimento o sia passato davanti a una stazione carburanti, nelle ultime settimane, se ne sarà sicuramente accorto: ormai il diesel costa stabilmente più della benzina. Uno scenario che avevamo osservato già lo scorso marzo, prima che, nel giro di qualche settimana, i prezzi tornassero a mostrare il differenziale a cui eravamo tutti abituati.

Ma perché questo strano andamento? A fare chiarezza sul tema è oggi Claudio Spinaci, presidente di Unem (Unione energie per la mobilità, ex Unione petrolifera), intervistato da “Il Messaggero”.

Corsa all’acquisto

“In realtà non è nuovo”, osserva Spinaci parlando del fenomeno. “Normalmente, in questa parte dell’anno, la domanda di benzina per la mobilità privata tende a calare, mentre quella del gasolio ad aumentare, visto il suo impiego non solo nel trasporto, ma anche nel riscaldamento e, in alcuni casi, anche se limitati, per la produzione di energia”.

Di solito non ci accorgiamo dei rincari perché “il differenziale di prezzo tra i due prodotti poteva raggiungere i 3-4 centesimi di euro per litro a favore del gasolio, e veniva più che compensato dagli 11 centesimi in meno di accisa che gravano su questo prodotto”. 

Oggi però non siamo in una situazione normale. La guerra in Ucraina, nota il numero uno di Unem, ha scatenato una “minore disponibilità di gasolio, dovuta in larga parte al venir meno delle importazioni russe, da cui l’Europa dipende per circa il 30% del suo fabbisogno”, pari a “25 milioni di tonnellate all’anno”.

Woman pumping petrol at fuel station into car

Il risultato è quello che Spinaci chiama una “corsa all’acquisto” per “assicurarsi le forniture di gasolio necessarie ad affrontare il periodo invernale”, soprattutto “in previsione di doverlo utilizzare anche per usi industriali, nel caso di interruzione o razionamento nelle forniture di gas ed energia elettrica”.

La questione Isab

Ma nessun allarme in Italia, almeno per ora. “Possiamo ancora contare su un’industria della raffinazione e saremo in grado di soddisfare la domanda interna e minimizzare l’impatto sui prezzi, che infatti, a livello industriale (cioè al netto delle tasse), in media annua sono inferiori di 4 centesimi di euro al litro rispetto all’area euro”, rassicura il presidente di Unem.

A preoccupare è invece la possibile chiusura della raffineria italo russa Isab-Lukoil di Priolo (provincia di Siracusa), in vista del 5 dicembre, quando entreranno in vigore le sanzioni sul petrolio di Mosca. “Rappresenta il 20% della capacità di raffinazione italiana ed è un importante produttore di gasolio”.

Senza l’impianto potrebbero esserci problemi. Serve quindi una soluzione. E mentre qualcuno ipotizza la nazionalizzazione, Spinaci dice la sua: “Io credo che la cosa più urgente da fare sia assicurare la continuità operativa dell’azienda, chiarendo ufficialmente che non si tratta di un’azienda soggetta a sanzioni e fornendole le necessarie garanzie finanziarie per poter tornare a operare sul mercato internazionale del greggio e proseguire l’attività, senza necessità di utilizzare greggio russo. Ma al momento nulla di tutto ciò si è tradotto in atti concreti”.