Shopping o fai-da-te? Meglio cioè sviluppare internamente le attività di ricerca e sviluppo? Oppure accelerare la transizione tecnologica tramite acquisizione di competenze esistenti sul mercato? E, ancora. Per il settore automobilistico italiano qual è la migliore alternativa in vista del 2035?

La risposta della Banca d'Italia è univoca: occorre “intensificare le operazioni di fusioni e acquisizioni". Altrimenti si corre il rischio di "determinare un ritardo del settore dell'auto italiano rispetto a quello europeo e avere ripercussioni sulle quote di mercato delle imprese nazionali".

Questo dato di sintesi sull'automotive è contenuto nella dettagliatissima pubblicazione (42 pagine, con testo in inglese) che l'istituto di via Nazionale ospita nelle Questioni di economia e finanza, dal titolo 'Analisi della transizione verde: il caso del settore automobilistico'.

Imparare dal passato

Il testo, curato da due ricercatori, Andrea Orame e Daniele Pianeselli, prende in esame la reazione delle imprese italiane dopo lo 'shock verde' del 2015 (il Dieselgate) e contiene anche suggerimenti per la gestione politica della transizione verso il 2035. Ecco una parte delle conclusioni del 'paper':

I nostri risultati potrebbero anche essere utili per informare la progettazione di interventi di politica pubblica. Da un lato, i programmi volti a sovvenzionare i consumatori per l'acquisto di auto a basse emissioni probabilmente avvantaggeranno aziende che guidano la corsa alla transizione verde, e non quelle che sono in ritardo. Pertanto, è necessario un rapido cambiamento tecnologico da parte delle aziende italiane dell'industria automobilistica se vogliono
raccogliere i benefici delle politiche attuali e future sul lato della domanda in Italia e nel resto d'Europa.
D'altra parte, anche gli schemi fiscali che sostengono direttamente le imprese nella R&S verde possono essere una risposta non ottimale nel contesto attuale. Infatti, quando le capacità produttive verdi sono deboli, lo sviluppo interno di tecnologie verdi complesse può essere difficile o richiedere molto tempo. Pertanto, le misure politiche che mirano a sostenere le collaborazioni e le fusioni e le acquiszioni tra imprese potrebbe essere più efficace di altre politiche nel convertire tempestivamente il settore automobilistico italiano al nuovo paradigma verde.

La fabbrica Maserati di Modena nel 2021

La fabbrica Maserati di Modena

Nell'analisi dei due ricercatori, i progressi molto evidenti fatti dalle aziende italiane del settore in termini di brevetti, invenzioni e innovazioni relativi alla transizione energetica e tecnologica non basterebbero a controbilanciare l'offensiva dei competitor auropei, che invece quei miglioramenti li ottengo attraverso un'attività di 'shopping'. I due autori notano infatti che:

Rispetto ai loro concorrenti europei, le aziende automobilistiche italiane hanno aumentato in modo significativo gli sforzi innovativicome reazione allo shock verde, ma non sono state in grado di accelerare la transizione tecnologica tramite acquisizione di competenze e tecnologie esistenti sul mercato. Il settore automobilistico italianoè stato praticamente tagliato fuori dall'ondata di acquisizioni altamente competitive alimentate dall'intensa domanda di tecnologia verde.Questi risultati sollevano dubbi sull'efficacia del settore automobilistico italiano nel gestire la rapida transizione verso auto a basse emissioni richiesta dalle normative europee.

Insomma, l'unione fa la forza. La ricerca in house, nonostante il celeberrimo 'genio italico' è lunga, costosa e laboriosa. Tanto che le aziende italiane "solo recentemente stanno sviluppando le competenze necessarie per la produzione di motori elettrici, soprattutto attraverso l'attività innovativa interna", scrive Bankitalia (o, piuttosto, rilevano i due ricercatori). Meglio allora abbinare a questi sforzi le operazioni di fusione e acquisizione, magari supportate da interventi di politica industriale.