Sandrider e la sfida Dakar, laboratorio impervio per le Dacia del futuro
Un progetto romantico, ma anche un laboratorio di tecnologie per mettere alla prova estrema robustezza, tecnologia, razionalità e sostenibilità
Sandrider. Cavaliere della sabbia, del deserto. Perché in fin dei conti di questo si tratta. Navigare praticamente in solitaria tra le dune, le rocce e gli imprevisti di un assolato deserto. La Dakar è la sfida per eccellenza, quella che mette l’uomo e la macchina al cospetto delle situazioni più impervie. Una sfida che Dacia ha deciso di raccogliere.
La nuova frontiera di Dacia
Ari Vatanen una volta disse “Amo la Dakar perché ti fa percepire come sei piccolo nel mondo. Vedi quei granelli di sabbia? Siamo cosi”.
Sebastien Loeb e Nasser Al Attyah, insieme a Cristina Gutièrrez, sono quei granelli di sabbia scelti dalla casa rumena per guidare la Sandrider e sfidare quel deserto. Ecco, se non si percepisce che la Dakar viene mossa da un recondido desiderio d’avventura, non si riesce a percepire l’essenza di una sfida umana e tecnologica di così alto lignaggio. E’ una frontiera, pionieristica. E' spingersi oltre. E verosimilmente è il motivo per cui Dacia ha deciso di imbarcarsi in un’idea del genere.
Dacia Sandrider (2024): i primi test in vista della Dakar
Il Manifesto Sandrider
Un sogno che, probabilmente, solleticava gli uomini della casa da tempo. Perché guardi la Sandrider e rivedi linee e idee della Manifesto che avevamo potuto osservare e toccare con mano in un evento di prodotto due anni fa. Era un concept certo, ma ricordo perfettamente le parole di ingegneri e PR “è un’idea si, ma anche il simbolo di un cambio di passo”. E chi poteva immaginarlo…
La Sandrider dunque è il “manifesto” di questo cambio di mentalità. Perché questa buggy che risponde ai regolamenti FIA Ultimate T1+ del campionato del mondo rally raid, è un prodotto che, per natura, deve legarsi a concetti quali robustezza e leggerezza, affidabilità, essenzialità ma al contempo anche concretezza. Il tutto, sviluppando soluzioni da laboratorio itinerante. Perché sì, le corse, oltre che una vetrina e un richiamo romantico, questo sono.
Dacia Sandrider: i test nel deserto in vista della Dakar
La Dacia Manifesto vista dal vivo durante l'evento di Parigi
La Sandrider vista dal vivo
Un laboratorio per le future Duster (e non solo)
La Sandrider è un prototipo lungo 4,10 metri, largo 2,29 metri, alto 1,81 metri. E’ spinto dal motore V6 3 litri di derivazione Nissan, sovralimentato con doppio turbo, e messo a punto dagli uomini Alpine, del gruppo Renault. Eroga 360 CV ma soprattutto una coppia d i 539 Nm. Trazione integrale, e non potrebbe essere altrimenti, cambio sequenziale a 6 rapporti…e tutta una serie di sviluppi che poi, nel futuro verranno riversati idealmente e concettualmente anche sulla produzione di serie.
La Dacia Duster in versione "Soul of Dakar 2024"
Perché le Bigster, le Duster, e tutti i modelli di domani potranno beneficiare, da un lato, dell’utilizzo della benzina sintetico sviluppata appositamente da Aramco, figlia di un’idea di sostenibilità a basso contenuto di carbonio, con - a tendere - prezzi accessibili, mentre dall’altro lato, dello sviluppo in tema di sospensioni, di attacchi dei braccetti, di ripartizione dei pesi, di rigidezze del telaio - in questo caso un tubolare, e perché no, anche di introduzioni come le vernici anti-riflesso volute dai piloti durante i primi test.
Dacia Sandrider, i test nel deserto
Sembrano dettagli marginali, ma quando ci si ritrova all’interno di un bivacco a osservare le macchine sui cavalletti, con i meccanici che lavorano su mezzi, si apre un mondo, fatto di ammirazione certo, ma anche di percezione per come la progettazione di un singolo dettaglio possa decretare “la vita o la morte” in gara.
Banalmente il posizionamento degli attacchi delle sospensioni possono decretare la vittoria o la sconfitta. E non si tratta di un modo di dire. Sono elementi che hanno un’escursione di 35 cm, e che devono assorbire impatti durissimi e fronteggiare qualsiasi trappola del deserto: è sufficiente una roccia sporgente e tagliente, oppure un salto troppo lungo su una duna per vanificare giorni e notti.
Dacia Sandrider: i primi test in vista della Dakar
La sfida del deserto
Ed è qui che quei concetti di robustezza e affidabilità prendono vita. Lo sanno bene i piloti che Dacia ha scelto, nel bene e nel male. Al Attyah, con le sue cinque vittorie alla Dakar certo, ma anche Loeb, che di Dakar ne ha sfiorate diverse, perdendo spesso per piccoli imprevisti.
Ecco, completare la Dakar per Dacia, significherebbe raccontare del compimento di un passo ulteriore nel segno di quell’idea di abbattimento carbonico e al contempo, di quello sviluppo razionale, mirato, concreto e ben ancorato, che la casa ha posto come obiettivo.
Sono questioni evidenti, soprattutto quando una maratona del genere prende vita. Perché - è evidente - un conto è provare, anche su terreni complicati, rocciosi, sabbiosi e desertici, un altro è prendere parte alla gara vera e propria. Lo sanno benissimo i piloti e i navigatori.
Dunque, nonostante le difficoltà e gli imprevisti, il target è sempre quello di vedere il traguardo di Shubytah
Vincere la Dakar? Beh, quello è il sogno di qualsiasi costruttore, pilota, uomo che si fa rapire dal fascino del deserto. E in fondo, quante volte il mondo dell’auto viene mosso da questa scintilla?
Fotogallery: Dacia Sandrider
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