Avete mai visto questa supercar italiana del 1972?
La Iso Rivolta Varedo, disegnata da Ercole Spada, era una speranza per il rilancio del marchio italiano, ma è stato il canto del cigno
Questo concept merita un posto d’onore nella nostra rubrica “Studi dimenticati”: la Iso Rivolta Varedo del 1972 fu realizzata in appena due esemplari. Uno funzionante, che oggi si trova in Florida. E una carrozzeria priva di abitacolo, come pezzo da esposizione.
Proprio quest’ultima è stata il pezzo forte del “Car Design Event” 2026 a Monaco di Baviera e ha voluto rendere omaggio al designer automobilistico italiano Ercole Spada, scomparso di recente.
Eleganza italiana e muscoli americani
La Varedo occupa un posto tragico e particolare nella storia dell’auto: è la spettacolare parola finale di un marchio che incarnava la perfetta sintesi tra eleganza italiana e muscoli americani. Mentre brand come Ferrari o Maserati puntavano su motori molto spinti e spesso impegnativi da mantenere, Renzo Rivolta (che progettò anche l’Isetta) con modelli come Iso Grifo o Lele affermò un’idea diversa: unire lusso e prestazioni mozzafiato con l’affidabilità dei grandi V8 di origine Chevrolet o Ford.
La Varedo avrebbe dovuto traghettare questa eredità in una nuova era radicale, ma il destino aveva altri piani. L’auto fu presentata al Salone di Torino nell’autunno del 1972. Il cognome era un omaggio alla sede di Iso Rivolta in Lombardia, a Varedo. Sul nome, invece, le opinioni divergono: nel 1972 sarebbe stato “Isorivolta”, mentre oggi si oscilla tra “Iso” e “Iso Rivolta”.
Apoteosi delle forme a cuneo Anni '70
All’epoca il mondo delle sportive era in piena trasformazione: le forme classiche e sinuose degli anni Sessanta lasciavano spazio all’era del wedge design, la “forma a cuneo”. Sotto la guida di Piero Rivolta, figlio del fondatore scomparso nel 1966, l’obiettivo era creare un’auto in grado di confrontarsi con le nuove icone a motore centrale come Lamborghini Countach o De Tomaso Pantera. Per il design venne ingaggiato nientemeno che Ercole Spada.
Spada, che in precedenza in Zagato aveva firmato pietre miliari come l’Aston Martin DB4 GT Zagato, con la Varedo realizzò una scultura bassissima e spigolosa, capace di colpire per un’aggressività senza compromessi. Il linguaggio stilistico di Spada sul Varedo si può leggere come un allontanamento dalla “romanticità” fluida dei primi anni e un avvicinamento a un brutalismo funzionale.
Iso Varedo (1972)
Se i suoi progetti degli anni ’60 risultavano spesso organici e quasi “respiranti”, sulla Varedo sfruttò la vetroresina (GFK) per ottenere spigoli netti e una forma a cuneo estrema, difficilmente realizzabile con la stessa precisione in lamiera. L’auto ha un passo di 2,67 metri.
Iso Varedo (1972)
Tipica di Spada è anche la linea di cintura della Varedo, che sale quasi senza interruzioni dal muso molto basso fino alla coda massiccia. Questa dinamica visiva suggerisce slancio in avanti anche da fermo. Il parabrezza molto inclinato e i fari a scomparsa riducono la resistenza aerodinamica e conferiscono alla vettura un volto tecnologico quasi alieno, proiettato nel futuro. Alcune somiglianze con i citati Countach e Pantera sono evidenti; il posteriore ricorda in parte l’Opel GT2 del 1975.
Motore V8 da 325 CV
Dal punto di vista tecnico, il Varedo segnò un ulteriore strappo rispetto alla tradizione della Casa. Se Iso era fino ad allora specializzata in GT a motore anteriore, il Varedo venne concepito come sportiva a motore centrale. Il cuore dell’esemplare unico era un V8 5,7 litri Ford 351 Cleveland. Questo motore sviluppava circa 325 CV e trasferiva la sua coppia imponente alle ruote posteriori tramite un cambio manuale tedesco ZF a cinque marce.
Per contenere il peso, Spada rinunciò alla tradizionale costruzione in acciaio o alluminio e realizzò l’intera carrozzeria in materiale composito rinforzato con fibra di vetro. Questa soluzione di alleggerimento, in combinazione con il V8 montato in posizione centrale, prometteva un comportamento dinamico alla pari – se non superiore – rispetto alle supercar affermate dell’epoca.
Il tocco di Giotto Bizzarrini
Giotto Bizzarrini supervisionò come consulente la costruzione del telaio in acciaio. La velocità massima prevista era di 300 km/h. Bizzarrini ricevette anche l’incarico da Iso Rivolta di costruire la carrozzeria, con il supporto di quattro addetti del Laboratorio Vetroresine di Livorno.
Iso Varedo (1972)
Ma la prima torinese sarebbe rimasta l’unico momento davvero luminoso della Varedo. Poco dopo la presentazione, l’economia mondiale fu scossa dalla crisi petrolifera del 1973. Il mercato delle sportive di lusso assetate di carburante crollò quasi da un giorno all’altro. A questo si aggiunsero difficoltà finanziarie interne in Iso Rivolta, aggravate dal costoso tentativo di affacciarsi in Formula 1.
Nonostante l’enorme interesse del pubblico, all’azienda mancavano i mezzi per portare il prototipo alla produzione di serie. Nel 1974 lo stabilimento di Varedo fu costretto a chiudere definitivamente. L’auto rimase un esemplare unico: un affascinante “e se?” della storia dell’automobile. L’originale è rimasto a lungo di proprietà della famiglia Rivolta e oggi testimonia il coraggio e la brillantezza progettuale di un marchio che, poco prima della fine, presentò forse il suo progetto più audace.
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