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Case auto, cosa c'è dietro i nomi più insoliti

Sigle che nascondono slogan come BYD o curiosi neologismi come Vinfast, ma anche omaggi a fondatori e ispiratori e molto altro

Fabbrica Italiana di Automobili Torino Fiat, il logo

Un nome, un destino: quando si battezza qualcosa di nuovo, sia un prodotto sia un'attività, di solito si tende a cercare un termine che ne esprima le capacità o sia quantomeno di buon augurio.

Per le case automobilistiche del nuovo millennio è sicuramente così: passata l'era in cui l'azienda prendeva inequivocabilmente il cognome del fondatore (accade ancora ma meno di frequente), per le nuove realtà si cercano nomi che esprimano valori più che appartenenza. Ne è un esempio l'esordiente - per noi - brand cinese BYD, sigla che sintetizza la frase "Build Your Dreams", "costruisci i tuoi sogni". Uno dei tanti.

I messaggi da oriente

Con l'invasione di prodotti dalla Cina, in pochi anni i listini si sono andati riempiendo di marchi inediti: molti di questi sono nati in seno a gruppi consolidati, che hanno quindi dovuto spremersi le meningi per benino, ma anche per le startup indipendenti vale un po' lo stesso principio.

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Il marchio di FAW
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Il primo logo Great Wall

Oltre al già citato caso di BYD, la Cina propone un gran numero di acronimi come FAW, entrata addirittura nella nostra Motor Valley, che significa "First Automotive Works", o Great Wall Motors, spesso indicata con GWM, che ha scelto invece come simbolo la Grande Muraglia. 

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Dello stesso tenore l'emergente vietnamita Vinfast, marchio del Vin Group che porta le iniziali del Paese nel nome associate alla parola "fast", "veloce". Mentre il marchio Aiways, nato a Shanghai ma dalla popolarità crescente, nasce dall'unione delle parole "high" e ways", con un evidente ammiccamento alle grandi autostrade americane, le highways appunto.

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Le sigle non sono una soluzione sconosciuta all'occidente, anzi. Tralasciando quelle arcinote come Alfa, Fiat (di cui parliamo dopo), BMW ecc... di recente abbiamo assistito alla creazione da parte della EX PSA del brand DS, nato inizialmente per indicare una  famiglia di modelli Citroen dallo stile distintivo, da qui "Different Style", strizzando però l'occhio alla omonima e rivoluzionaria Citroen DS degli Anni '50.

Dello stesso tenore anche il marchio Cupra, che in origine era il badge per identificare, come contrazione di Cup Racing, le versioni più performanti delle vetture Seat, ma che oggi gioca anche sull'assonanza con il sostantivo latino "cupra", derivato dal verbo "cupire", che significa desiderare.

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Sic transit gloria mundi

Già, il latino, sono in molti ad ad averlo usato. Iniziando da August Horch, espulso nel 1910 dal CdA della omonima Casa che lui stesso aveva fondato, che non potendo usare il proprio nome per battezzarne un'altra scelse di "tradurlo" proprio in latino. Così Horch, "ascolta" in tedesco, divenne "Audi" e più tardi sopravvisse anche alle vicissitudini del Gruppo Auto Union portandosi dietro il simbolo dei quattro anelli.

Meno drammatica ma simile fu anche la scelta degli svedesi Gustav Larson e Assar Gabrielsson, che iniziarono producendo cuscinetti e scelsero il verbo latino "volvere", rotolare, per battezzare alcuni nuovi prodotti, riprendendolo poi per la successiva produzione di automobili che furono marchiate Volvo.

Persino Fiat, nella grafia moderna senza più i punti, corrisponde a una declinazione del verbo latino "fare". La sua origine è nella sigla "Fabbrica Italiana Automobili Torino", ma la pronuncia ha generato nel tempo diversi aneddoti e leggende.

Una di queste chiama in causa addirittura Henry Ford che, si racconta, assistendo a una messa in latino si domandò quanto avesse pagato la Casa torinese per essere citata addirittura nel testo del Padre Nostro, riferendosi al passaggio "...fiat volutas tua..." ("sia fatta la tua volontà").

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A volte, quella latina è soltanto un'assonanza che però crea indubbiamente una certa atmosfera. Specie il suffisso "us". Toyota, ad esempio, ha scelto di chiamare Lexus il suo marchio di prestigio per la somiglianza con la parola "luxus", ossia "lusso". Mentre Maxus, uno dei brand cinesi oggi importati da Koelliker, usa quella "us" in abbinamento a "max" per suggerire l'idea di qualcosa di supremo.

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Nel nome... di chi?

Fatti salvi questi esempi, resta assodato che buona parte dei marchi tradizionali porta il cognome del proprio creatore: da Ferrari a Lancia a Maserati e Lamborghini per passare alle francesi BugattiCitroen, Peugeot e Renault alle tedesche Opel, Porsche e Maybach, ma non tutti.

Per quella che è considerata la casa madre dell'automobile odierna, cioè Mercedes, ad esempio, non è così, e in effetti viene da chiedersi perché un costruttore 100% tedesco sia stato battezzato con una parola di origine latina.

Il nome Mercedes risale a prima della fusione tra Benz e Daimler e fu introdotto dal console austroungarico Emil Jellinek, appassionato di corse e collaboratore della seconda, per battezzare le vetture con cui gareggiava, dando loro una fama che portò ad estenderlo a tutti i prodotti.

Ma il nome? Era quello con cui era chiamata in famiglia la sua terza figlia, Adriana Manuela Ramona, in omaggio a "Maria des Mercedes", una principessa spagnola.

Chi non ci mette il proprio nome o quello di un parente cerca almeno di rifarsi a qualcuno di importante. Elon Musk ha scelto di dedicare la sua startup di auto elettriche al genio di Nikola Tesla, uno dei pionieri dell'elettricità. Dopo di lui sono arrivati i costruttori Nikola, che si è accontentato del nome, e Volta Trucks che ha invece scelto l'italiano Alessandro Volta, inventore della omonima pila.

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La scuola britannica

In Inghilterra, malgrado l'atteggiamento autarchico che da sempre contraddistingue il popolo britannico, i brand più famosi non portano quasi mai il nome dei loro fondatori, a parte quelli derivati da scuderie di F1 come McLaren (che però era neozelandese), Brabham e via dicendo, o quelli particolarmente nobili come Bentley e Rolls-Royce.

Sir William Lyons, ad esempio, fondò nel 1921 la Swallow Sidecars, ma cominciò a chiamare Jaguar le automobili costruite negli anni seguenti, adottando poi quel nome come marchio. Il nome della Lotus, un diretto richiamo al fiore di loto e nuovamente in latino, pare fosse invece il soprannome che il fondatore, Colin Bruce Chapman, aveva dato alla fidanzata. Battezzò così la sua scuderia e poi fabbrica, limitandosi a "ricamare" le proprie iniziali nella parte alta del logo.

Più o meno lo stesso fecero Bamford e Martin, creatori di una concessionaria che poi divenne fabbrica di automobili che si sarebbe poi chiamata Aston Martin per celebrare la vittoria del secondo pilota, nella cronoscalata Londra-Aston del 1914. Non a una corsa ma alle montagne che amava percorrere con le sue sportive leggere su base Renault si ispirò invece il francese Jean Rédélé, fondatore della Alpine.

Fotogallery: Le storie dietro ai nomi dei marchi auto