Serve un piano d’incentivi Ue. E ai giovani dico: comprate auto usate
Il presidente di Anfia, Roberto Vavassori, prescrive la sua medicina all’Italia dei veicoli e chiede all’Europa di rivedere lo stop 2035
L’Italia dell’auto è ferma o, peggio, va in retromarcia, mentre la Cina avanza e i dazi americani fanno sempre un po’ paura. Esaurito pure il boost degli incentivi all’elettrico, per rilanciare le vendite restano un appello all’Europa, affinché riveda lo stop a benzina e diesel dal 2035, e l’alleanza con Stellantis e Governo.
A dipingere il quadro della situazione e indicare una strada diversa è Roberto Vavassori, presidente di Anfia, a margine dell’Assemblea pubblica della sua associazione, che riunisce la filiera nazionale dell’industria automobilistica.
Presidente, a novembre il mercato italiano dell’auto ha registrato una stagnazione, tranne sul fronte elettrico, spinto dagli incentivi. Pensa che i contributi siano utili anche alle altre motorizzazioni? Ed eventualmente come andrebbero strutturati?
In un mondo ideale, i bonus dovrebbero avere una portata pluriennale, non limitarsi al click-day. Dalla data dell’annuncio alla messa a terra della misura, il mercato si è praticamente bloccato in attesa dei provvedimenti. Quindi serve una pianificazione, se si è in grado di farla.
Si può fare?
Credo che, nella nostra situazione di bilancio, non sia facile. Ecco perché, come Anfia, chiediamo fortemente all’Europa, che lamenta le emissioni del parco circolante, di proporre un piano decennale di ricambio, omogeneo in tutti i Paesi e che valorizzi sia il made in Europe, sia i veicoli a zero o basse emissioni.
Temo però che la Commissione non troverà il coraggio di fare una proposta del genere, utile invece per contrastare il declino a cui stiamo assistendo, avendo lasciato la porta aperta all’ingresso di veicoli dall’Est del mondo.
HVO, un biocarburante prodotto anche dall’italiana Eni
Quindi, rimanendo coi piedi per terra, cosa vorreste dall’Europa?
Molto più pragmaticamente, chiediamo la revisione dei livelli emissivi di CO2 in vari step, a partire dal triennio 2025-2027, e sul 2035 chiediamo di approvare una flessibilità da usare, se necessario, per estendere il limite di 5 anni, al 2040, e approvare la vendita fino a un 25% di veicoli con motore endotermico variamenti ibridizzati, alimentati da vettori energetici decarbonizzati.
Basta?
Insieme a questo, deve essere approvata una clausola sul made in Europe che valorizzi le produzioni di veicoli e componenti da manodopera europea.
Si parla anche di arrivo delle e-car, vetture più piccole ed economiche di ispirazione giapponese. Possono essere una soluzione alla crisi delle vendite?
Le e-car sono una soluzione, ma non una panacea dei gravi problemi del settore. La condizione è che la produzione della componentistica e l’assemblaggio di questi veicoli avvenga in Europa. Queste vetture possono coprire una fascia di mercato che bilancia il trend verso veicoli più grandi e comodi e riporta a una dimensione più utilitaristica, soprattutto in ambito urbano, considerata la densità dei centri urbani.
Nissan Sakura, esempio di kei-car giapponese a cui si ispirano le attese e-car
Gli interni del piccolo veicolo nipponico
Rimanendo sul fronte internazionale, la vostra filiera è preoccupata dalla concorrenza cinese?
Moltissimo, perché ormai, a livello europeo e italiano, le vendite si stanno avvicinando al 10% dei nuovi veicoli. È tantissimo e rappresenta circa 1 milione e mezzo di vetture. Pensate: una fabbrica in Europa produce circa 250.000 auto all’anno…
E dai nuovi dazi americani?
I dazi, per come sono congegnati, non sono così pesanti per l’Italia, perché le esportazioni di veicoli o componenti verso gli Stati Uniti non sono tantissime. Colpiscono invece i costruttori di veicoli ad alte prestazioni, fiore all’occhiello italiano.
Ma ciò che impatta di più è l’effetto indiretto sulle aziende che esportano verso la Germania, visto che i costruttori tedeschi spediscono veicoli premium completi negli USA. Lì sì che i dazi possono fare la differenza, perché le Case auto stanno localizzando maggiormente le produzioni.
Torniamo in Italia. La situazione di Stellantis continua a preoccupare a causa del calo della produzione: cosa dovrebbero fare il Gruppo e il Governo per tutelare la filiera?
A Stellantis chiediamo di dare puntuale esecuzione al Piano Italia nei modi, nei tempi e nei volumi. Al Governo chiediamo una serie di misure di accompagnamento per fare in modo che il Gruppo trovi vantaggioso continuare a utilizzare gli stabilimenti italiani, a partire dalla riduzione del costo dell’energia, dei costi logistici e dei costi del permitting.
Produzione della nuova Fiat 500 ibrida, presentata a settembre da Stellantis
Come vedreste l’arrivo di un costruttore straniero in Italia, di cui si è vociferato nell’ultimo anno?
Non sarebbe negativo, a condizione però che si utilizzi soprattutto componentistica della nostra filiera. Ad oggi, l’attrattività del Paese è migliorata in termini di stabilità politica, ma mancano ancora molte condizioni per far sì che un costruttore scelga l’Italia come sede europea. Chi lo fa apprezza magari il design, però da lì a impiantare uno stabilimento di assemblaggio o produzione da 250.000-300.000 veicoli ce ne passa. Tornano, infatti, fattori come il costo dell’energia, le logistiche, le autorizzazioni e i contratti.
È per questo che costruttori come BYD scelgono altri Paesi?
BYD ha scelto l’Ungheria perché aveva già uno stabilimento di produzione d’autobus. Però il Paese fa ponti d’oro quando si parla di permitting, logistica e facilità di insediamento.
Ultima domanda, più emozionale: cosa serve per far rinnamorare gli italiani, soprattutto giovani, dell’auto?
Io non ho iniziato la mia esperienza motoristica con un’auto nuova. Oggi in Italia e altri Paesi europei abbiamo 4 milioni e mezzo di compravendite d’usato, contro 1 milione e mezzo del nuovo. Quindi, a un ragazzo che vuole iniziare a guidare, consiglierei di guardare l’usato. Va bene una Morgan a 3 ruote!
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