Dalle Mangusta e Pantera al mancato rilancio degli Anni '90 e 2000 fino allo sbarco negli USA

Non tutte le storia iniziate in quella che oggi è stata ribattezzata Motor Valley, ossia il cuore dell'Emilia-Romagna che ha dato i natali a eccellenze come Ferrari, Lamborghini, Maserati, Dallara, Ducati e via dicendo, hanno avuto un epilogo glorioso. L'eccezione che conferma la regola è rappresentato senza dubbio da quella De Tomaso che oggi, dopo tre decenni tormentatati, la fortuna va a cercarla in America.

Si dirà che in fondo è una specie di ritorno alle origini, anche se ora il marchio fondato a Modena punta a nord e e non in quell'Argentina da cui proveniva il suo fondatore, il pilota Alejandro de Tomaso, che nel 1959 ha fondato a Modena un'officina sportiva presto diventata una vera Casa automobilistica e che ha sfornato alcune granturismo diventate vere icone.

Dagli esordi alla Vallelunga

Alejandro de Tomaso nasce a Buenos Aires nel 1928, figlio di un emigrato di origine campana diventato un importante politico e della figlia di un importante allevatore di bestiame. La figura paterna, pur venuta a mancare prematuramente nel '33, ha influenzato non poco la sua giovinezza, trascorsa tra l'impegno politico e la passione per le corse, fino a che i tumulti del dopoguerra lo costringono a lasciare il Paese e migrare in Italia, lasciando moglie e tre figli in Argentina. 

Qui, sfruttando le sue capacità come corridore e la fama dei piloti argentini come Fangio e Gonzalez, trova posto in scuderie come Maserati e Osca e riesce in pochi anni ad aprire una propria officina. La svolta arriva dal secondo matrimonio, con la giovane Elizabeth Haskell sorella del presidente della Rowan Controller (un'azienda di componentistica che lavora per Ford e General Motors) grazie al cui appoggio riesce ad ampliare la sua attività diventando costruttore di automobili.

De Tomaso, la storia

L'opera prima tra le vetture stradali, che si aggiungono alle monoposto da competizione, di chiama Vallelunga ed è una delle prime vetture prodotte in serie con motore centrale e telaio a trave (soluzione adottata anche dalla Lotus di Colin Chapman) Esordisce nel '63 i una prima versione aperta, mentre quella definitiva con carrozzeria coupé realizzata da Fissore arriva al Salone di Torino del '64. Il 4 cilindri 1.6 Ford Cortina da 104 CV la spinge a oltre 210 km/h.

Dalla Vallelunga derivano diverse vetture Sport tra cui la celeberrima 5000 Spyder Fantuzzi o P70 che oltre 50 anni dopo ha ispirato la moderna P72

De Tomaso, la storia

La Mangusta e la Pantera

La Collaborazione con Ford non si limita ai soli motori ma si intensifica con le successive granturismo spinte da grossi V8 americani. La prima è la Mangusta del '66, sviluppata proprio partendo dalla P70, che monta un motore da 4,7 litri (il celebre Ford 289) e oltre 300 CV, e si distingue per la linea definita da Giugiaro e il particolare cofano posteriore in due parti, ma anche raffinate sospensioni indipendenti e freni a disco sulle quattro rute.

De Tomaso, la storia

Alla Mangusta fa seguito la Pantera, lanciata nel 1970 ma messa in vendita l'anno seguente e vera icona del marchio: stavolta la linea è dell'americano Tom Tjaarda, sempre realizzata da Ghia i cui stabilimenti, così come quelli della Vignale, sono controllati direttamente da De Tomaso. La Pantera esordisce con un V8 di 5,8 litri e 330 CV e segna il passaggio dal telaio monotrave a quello a scocca portante. Si tratta del modello più longevo, destinato a restare in produzione, con varie evoluzioni, fino al 1993.

De Tomaso, la storia

I modelli a motore anteriore

In piena espansione, De Tomaso tenta la sorte anche nel campo delle auto di lusso: nel 1971 lancia la Deauville, berlina a motore anteriore con la stessa unità della Pantera, che punta a rivaleggiare con le ammiraglie tedesche e inglesi, anche se resterà un prodotto di nicchia con una produzione di appena 300 unità in 8 anni.

Dalla Deauville deriva nel '72 la Longchamp, una coupé che somiglia vagamente alla Mercedes SL. Quando nel '76 De Tomaso assorbe addirittura la Maserati, questo modello viene riproposto sotto il marchio del Tridente con il nome  di Kyalami. Complessivamente ne sono state costruite poco più di 600, di cui 2/3 sono Longchamp 14 delle quali in versione cabriolet.

De Tomaso, la storia

La piccole auto e poi la crisi

Le collaborazioni di De Tomaso si ampliano in ogni direzione e arrivano fino al segmento delle utilitarie: sempre nel '76 viene proposta una variante della Nuova Mini della Innocenti, che aveva costruito su licenza la piccola vettura inglese, con logo De Tomaso e motori tre cilindri di origine Daihatsu proposti dapprima in versione aspirata e poi Turbo. Questa vetturetta riscuote un buon successo e viene prodotta fino alla soglia degli Anni '90 in oltre 35.000 unità.

De Tomaso, la storia

È proprio in questo periodo che la fase di espansione si arresta: nell'89 Alejandro cede circa metà della quota di Maserati al Gruppo Fiat, cessione che diventa completa quattro anni più tardi quando gravi problemi di salute lo costringono a ritirarsi dalla guida dell'azienda. In quell'anno la mitica Pantera esce di scena rimpiazzata dalla Guarà, un modello moto differente, ricco di fascino ma più che mai di nicchia.

De Tomaso, la storia

L'accordo con UAZ e la liquidazione

Senza la guida del patron, il marchio fatica a muoversi in un mercato che si fa sempre più difficile per i costruttori specializzati: un tentativo di ampliare l'attività avviene nei primissimi Anni 2000 grazie ad un accordo con la russa Uaz per la realizzazione di una versione "europea" del fuoristrada Simbir, con motore di origine Iveco, da produrre in uno stabilimento vicino a Cutro, in Calabria.

L'operazione, finanziata in parte da un aiuto di stato da 80 milioni di euro approvato dalla Commissione Europea, non arriva però a compimento: nel 2003 Alejandro muore e i dissidi tra suo figlio Santiago e la dirigenza dell'azienda portano alla definitiva chiusura e messa in liquidazione nel 2004.

De Tomaso, la storia

La parentesi Rossignolo e l'arrivo di Ideal Team Ventures

Nel 2009 il marchio viene rilevato dall'imprenditore Gian Mario Rossignolo, che annuncia il rilancio fondando una nuova De Tomaso Automobili Spa, con produzione negli ex-stabilimenti Pininfarina di Grugliasco presi in affitto dalla Regione Piemonte, e in uno a Livorno con maestranze provenienti dalla Delphi. Nel 2011 viene presentata addirittura una concept car, una sorta di elegante SUV a tre volumi disegnato dalla stessa Pininfarina, che riprende il nome storico di Deauville. 

Purtroppo, anche questa operazione non arriva a compimento e nel 2012 la società è protagonista di un nuovo fallimento, a cui seguono aste per la riassegnazione del nome che infine, nel 2015, va alla multinazionale con sede a Hong Kong Ideal Team Ventures, la quale manifesta l'intenzione di rilanciare il marchio ma sceglie di trasferire tutta l'attività negli Stati Uniti.

Simbolo della rinascita, amara per l'industria italiana che vede così sfuggirle un marchio  rappresentativo di un'epoca d'oro, è la bella sportiva P72, omaggio alla P70, la cui storia attende di prendere il via nel Nuovo Continente.

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