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Auto, stangata da 110 miliardi: chi perde (e quanto) con i nuovi dazi Usa

I dazi Usa del 25% voluti da Trump colpiscono i gruppi europei, coreani, giapponesi e americani. Ecco chi rischia di più e chi meno

L'assemblaggio di una Jeep Gladiator nello stabilimento di Toledo, Ohio (Usa)
Foto di: Stellantis

Dal 3 aprile 2025 gli Stati Uniti impongono un dazio del 25% su tutte le auto e componenti importati dall'estero. Una scossa per l’intera industria automobilistica mondiale, che mette a rischio margini, strategie e modelli di business.

L’industria automobilistica globale sta vivendo un cambio di paradigma. L'introduzione di un dazio del 25% è una delle misure protezionistiche più dure mai viste nel settore auto, destinata a rimanere: non ha scadenza, né fasi di transizione. Secondo Bernstein Research, l’impatto sarà enorme: 110 miliardi di dollari all’anno di costi aggiuntivi, pari a circa 6.700 dollari in più per veicolo venduto.

Chi perde di più: la classifica dei costruttori più esposti

Per molte case automobilistiche, i dazi al 25% sull'importazione di auto e componenti si tradurrà in un crollo dei margini, tagli alla produzione o alla gamma, licenziamenti e una corsa affannosa alla rilocalizzazione industriale verso gli Usa. Sempre sulla base degli studi di Bernstein Research questi sono invece i gruppi automobilisti che rischiano di più dai nuovi dazi di Trump:

Volvo e Polestar

I marchi svedesi sono tra i più penalizzati. Volvo importa quasi tutti i suoi modelli negli Usa dall’Europa o dalla Cina, con margini già ridotti. Polestar, con produzione in Cina e catena di fornitura globale, è ancor più esposta.

Hyundai e Kia

I coreani di Hyundai e Kia hanno una base produttiva in Nord America, ma gran parte dei componenti arriva ancora dall’Asia. I loro modelli di punta si collocano in segmenti a forte sensibilità al prezzo, dove non è facile scaricare i costi sui clienti.

Ford e General Motors

Sebbene siano marchi americani, Ford e General Motors non sono indenni. Assemblano molti veicoli negli Usa, ma con catene di fornitura globali. I componenti provenienti da Messico, Canada e Asia subiranno i dazi.

Start-up dell'elettrico come Rivian, Lucid e Polestar

Catene di fornitura internazionali, volumi bassi, e scarsa capacità di assorbire lo shock. Per molte start-up dell’elettrico come Rivian e Lucid, il rischio è dover ridimensionare drasticamente le operazioni sul mercato americano.

Volvo EX30

La Volvo EX30 viene prodotta in Cina

Foto Di: Volvo
Kia EV9 (2023)

La Kia EV9 viene costruita anche negli Usa, ma con componentisitica asiatica

I gruppi europei a rischio

Per l’Europa, e soprattutto per i gruppi tedeschi, i nuovi dazi Usa rappresentano una minaccia sistemica. Il modello industriale basato sull’efficienza produttiva e sull’export viene messo in discussione.

Ciò significa che la storico approccio della produzione in Europa per l'esportazione in tutto il mondo è a rischio, lasciando all'auto Made in Europe poche alternative come delocalizzare a costo di grandi investimenti, rinunciare in parte al mercato statunitense o ridurre i margini di profitto. Ecco chi rischia di più.

Gruppo Volkswagen

Volkswagen produce SUV in Messico e alcuni modelli negli Usa, ma resta fortemente legata a componenti europei e asiatici. I margini rischiano di ridursi sensibilmente, specie nei marchi generalisti.

Gruppo BMW

Con lo stabilimento di Spartanburg (South Carolina), BMW è il maggiore esportatore di auto dagli Usa. Ma molti componenti arrivano dalla Germania, e i modelli importati (come la Serie 3 o le elettriche) diventano economicamente meno sostenibili.

Mercedes-Benz

Mercedes-Benz importa molti modelli premium dall’Europa. La dipendenza da forniture estere la espone al rischio di tagli di margine o rimodulazione dell’offerta sul mercato americano.

Gruppo Renault

Renault è relativamente protetta, non avendo una presenza diretta negli Stati Uniti. Tuttavia, l’equilibrio dell’Alleanza con Nissan potrebbe essere influenzato negativamente.

Volkswagen ID.4 e ID.5, gli aggiornamenti alla gamma

Anche la Volkswagen ID.4 viene prodotta pure negli Usa, ma con parti tedesche

Mercedes Classe E

La Mercedes Classe E arriva negli Usa direttamente dalla Germania

Chi potrebbe sopportare meglio l'impatto dei dazi

Tra i gruppi automobilistici più resilienti, che hanno cioè un'impostazione e una politica industriale più pronta ad adattarsi e a resistere ai dazi di Trump si possono citare:

Tesla

La grande vincitrice del nuovo scenario. Tesla produce quasi tutto in casa, con oltre il 60% di contenuto locale. Nessun dazio, nessun effetto sui margini. Potrebbe addirittura guadagnare quote di mercato.

Stellantis

Stellantis regge bene grazie alla produzione messicana di Jeep e Ram e a un buon livello di contenuto sulla base dell'accordo USMCA. Ha già una struttura flessibile, pensata per il mercato nordamericano. La sua resilienza è tra le più alte tra i grandi gruppi globali.

Tesla Giga Texas (Tesla Gigafactory 5)

Tesla Giga Texas (Tesla Gigafactory 5)

Costruttore Rischio Margini (EBIT) % Componenti Importati Produzione USA Vulnerabilità dazi EBITDA Margine stimato (2025)
Volvo Fino a -30% Altissima (Cina, EU) Parziale (Charleston) Molto alta 5,3%
Polestar Estrema Quasi totale Nessuna Massima 0%
Hyundai/Kia Alta Elevata (Asia) Limitata Alta 6,5%
Ford Fino a -30% Medio-alta (Messico) Ampia

Medio-alta

6,3%

GM Fino a -30% Medio-alta (Asia, Messico) Ampia

Media

7,6%

Gruppo Volkswagen Alta Elevata Parziale (Messico)

Alta

6,5%

Gruppo BMW Media Componenti EU, modelli importati Buona (Spartanburg)

Medio-alta

14,3%

Mercedes-Benz Alta Alta (Germania) Parziale

Alta

8%

Rivian/Lucid Estrema Import-heavy, filiere EV Limitata

Massima

0% / Negativa

Tesla Nessuna Contenuto locale >60% Totale

Minima

14,7%

Stellantis Bassa USMCA ottimizzato Alta (Messico, USA)

Controllata

8,9%

La fine dell'auto globale (dal 2026)

Il nuovo dazio Usa non è una semplice parentesi, ma è un segnale forte e duraturo: la globalizzazione dell’auto sta lasciando spazio a un mondo di filiere corte, interessi nazionali e produzione localizzata.

Se il 2025 sarà un anno di transizione, il vero impatto dei dazi di Trump si vedrà nel 2026. Chi non riuscirà ad adattarsi, perderà terreno, profitti e rilevanza. Per i costruttori europei è il momento di decidere: cambiare, o farsi da parte.

Il modello industriale globalizzato, quello che prevede l'assemblaggio in diversi stabilimenti di componenti che arrivano da ogni parte del mondo, sembra quindi destinato a scomparire, colpito dalla volontà di Trump di avere sempre più prodotti in patria per salvaguardare l'industria locale.

L'importante è da dove arrivano i pezzi per fare l'auto

Una delle sorprese (solo apparente) del nuovo scenario è che molte auto “Made in Usa” saranno comunque colpite dai dazi. Com’è possibile? Il motivo è semplice: la vera vulnerabilità sta nella componentistica, non nell’assemblaggio.

Le catene di fornitura del settore auto sono altamente globalizzate. Anche quando un’auto viene assemblata negli Stati Uniti, oltre il 50% dei suoi componenti può arrivare da Messico, Europa, Corea o Cina. Motori, cambi, batterie, elettronica: tutto viaggia tra continenti prima di finire su una linea di montaggio americana.

Il nuovo dazio del 25% colpisce proprio questo: i componenti importati, anche se usati per assemblare veicoli negli Usa. Per evitarlo servono prove dettagliate - modello per modello - del contenuto locale. E se le autorità doganali non sono soddisfatte, l’intero veicolo può essere tassato retroattivamente.

La fabbrica BMW di Spartanburg, South Carolina

La fabbrica BMW di Spartanburg, South Carolina (Usa)

Un esempio concreto? Un SUV Ford costruito negli USA con motore messicano e centraline coreane verrà tassato come se fosse interamente importato, a meno che l’azienda non riesca a dimostrare ogni singola origine delle sue parti.

Il risultato è chiaro: non basta avere una fabbrica negli Stati Uniti. Serve un’intera filiera localizzata.
Questo è il motivo per cui anche gruppi americani come GM e Ford, o europei con impianti in Nord America, sono esposti al rischio margini. E perché Tesla, che ha costruito la sua supply chain attorno alla Gigafactory statunitense, è oggi la più protetta.