Full hybrid, mild hybrid e plug-in. Scopriamo quali sono le differenze tra i vari tipi di auto ibride sia da un punto di vista tecnico che commerciale

Le auto elettrificate, come sappiamo bene, non sono tutte uguali. Nella decima puntata di Emissione Impossibile parliamo della ibride, una macrocategoria - quella più diffusa a livello commerciale - all’interno della quale ci sono delle differenze molto importanti. Vediamo quali sono in compagnia del direttore Alessandro Lago e di Fabio Orecchini (Obiettivo Zero Emissioni - www.fabioorecchini.it).

Le classificazioni dell’ibrido

L’ibrido classico, il full hybrid, ha trovato sua larga diffusione grazie alla Toyota Prius nel 1997. La caratteristica principale di questo sistema è quello di avere un motore a combustione interna e uno elettrico con potenze paragonabili. Ci sono poi gli ibridi più “semplificati”, i mild hybrid, introdotti grazie alla Honda Insight e al suo innovativo sistema IMA che affianca al motore tradizionale un motore elettrico dalla potenza ridotta.

Lo sviluppo è arrivato alla massima evoluzione possibile con l’ibrido “più elettrico di tutti”, quello plug-in, in lenta ma continua diffusione. Può essere considerato un full hybrid ma, invece che accrescere la potenza del motore, porta in dote batterie più grandi, tanto da arrivare a consentire un’autonomia EV di qualche decina di chilometri. Quali sono le differenze tra questi sistemi? Cliccate sul video approfondire l’argomento.

Si attendono cambiamenti

La maggior parte di queste auto al momento sono omologate come ibride, cosa che le rende particolarmente appetibili a livello commerciale. Probabilmente però le agevolazioni locali (sosta gratuita su strisce blu, accesso alle ZTL, bollo auto) cambieranno con il corso del tempo a causa della sempre maggior diffusione della tecnologia.